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Carmelo Antinoro © 2008
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Bestiario favarese di Carmelo Antinoro
Dall'immaginazione umana, dalle credenze superstiziose o prescientifiche nascevano, quindi, violentando e alterando in modo abnorme le forme della realtà: creature fantastiche, mostri che si aggiravano di notte, nascosti nelle ombre, incarnazioni del male, a volte nati dall'unione di elementi bestiali ed umani e, cosa più credibile, atte a celare diversi e più profondi messaggi.
Si raccontava anticamente che nei dintorni di Favara viveva un mostro chiamato Biddina (dall’arabo grosso serpente d’acqua): mostro terribile, un serpente di qualche metro con una mole tale da poter inghiottire in un solo boccone un agnello o addirittura un piccolo uomo. Nella seconda metà del 1800 si era sparsa la notizia che era apparsa una grossa e spaventosa bestia nel torrentello del Conzo. Chi diceva un grosso rettile con bocca ed occhi rossi: a biddina, chi un drago, chi un altro mostro curioso. Sono accorsi i carabinieri per scovare questo immaginario animale e non hanno trovato nulla. Una credenza popolare voleva che al Conzo, in tempi remoti, fosse stata uccisa una biddina.
Si narrava, anticamente, che la montagna Caltafaraci fin da tempo molto remoto sia stata gelosa custode di un inestimabile tesoro, al punto, come si diceva, che: <<Si cadi Gibilitumminu si arricchisci a Sicilia>>. Cadendo, dunque, Gibilitumolo (contrada che indicava il monte) si sarebbe trovato un immenso tesoro. Da qui la leggenda della chioccia coi 25 pulcini d’oro che vivevano in seno alla montagna Gibilitumminu, ma che non si sono fatti mai vedere di giorno perché dotati di virtù tali che, anche passando vicino a qualche povero mortale, questi non si sarebbe avveduto di loro. La notte la passavano all’aria libera, ma non si facevano mai prendere. Si narrava, infatti, che alcuni, smaniosi di possedere un sì grande tesoro, abbiano passato parecchie notti attorno al monte, che pochi privilegiati avrebbero visto i pulcini e che, all’atto d’inseguirli se li sarebbero visti sparire davanti. Ma i pulcini avevano l’incanto e quindi era impossibile prenderli. In che cosa consisteva il tesoro che nascondeva la montagna la tradizione non lo ha mai precisato.
Un ululato di un cane nella notte alla luna piena evocava nell’uomo emozioni ambivalenti: terrore ancestrale e struggente malinconia. E ambivalente è sempre stato il rapporto tra l'uomo e il lupo, da una parte terribile nemico, dall'altra animale sacro o addirittura divinità e oggetto di culto per alcune civiltà. Durante la luna piena per le vie buie di Favara si aggirava uno strano essere e molti, rintanati in casa, sotto le coperte hanno giurato di averne sentito i passi e i terribili ululati. La mente rimaneva umana ed era facile tenere la bestia sotto controllo, anche se, comunque, gli ormoni, i sensi ed il cervello da lupo avevano i loro effetti sul comportamento. Era possibile tornare alla forma umana senza essersi trasformati completamente in quella di lupo, e anche restare per un periodo di tempo in una forma intermedia, un corpo umanoide, peloso, dal petto ampio, dalla testa di lupo e con zampe al posto delle mani. In alcuni casi, restavano in una forma intermedia molto simile a quella umana, ma coi lineamenti del viso irriconoscibili. Per sfuggire una malaluna poteva rivelarsi sufficiente gettargli addosso un mantello, fargli paura con una forte luce o salire una scala. Geneo Storia Favara
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