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Carmelo Antinoro © 2008

 

Vicenzu u mutu: da lurido scimunito a pupo di zucchero

di Carmelo Antinoro

 

Tra la seconda metà del 1800 e la prima metà del 1900 a Favara esisteva una rinomata dolceria e caffetteria, poi anche ristorante e albergo, di don Francesco (Cecè) Albergamo prospiciente piazza Cavour e via Belmonte, confinante con la chiesa del Purgatorio (v. foto con campitura rossa).

Ogni anno, nel periodo di Natale, Cecè Albergamo realizzava una bella esposizione di dolci, illuminata ad acetilene, tale da tenere occupati bambini e fanciulli che guardavano allampanati, senza sapere distaccarsene. C’era il ben di Dio, dolci d’ogni fattura, forma e colore: di riposto, biscotti, savoiardi, mostaccioli di Palermo ed altri, ma ciò che colpiva maggiormente l’attenzione erano i “frutti di Martorana” e la “Cena”. La “Cena” era una collezione di “pupi” gettati a stampo, di zucchero leggermente acidulato, vuoto di dentro, nelle varie forme: ballerine, animali, soldati, bimbi vestiti e nudi, etc. Ogni anno don Cecè Albergamo si studiava per realizzare ed esporre oggetti capaci di attirare l’attenzione.

Una volta mise un bel gallo ed altri animali quasi a grandezza naturale, di belle forme e di vari colori. Per il Natale del 1901 ha avuto la brillante idea di mettere un gran “pupo” imitante un personaggio notissimo al popolo favarese: “Vicenzu u mutu”, un povero scimunito brutto, lacero, pidocchioso, ludibrio dei monelli e bersaglio della crudeltà dei malvagi. Per essere troppo noto e facilmente identificabile a “Vicenzu u mutu”, questo “pupo” richiama l’attenzione e suscitava il barbaro applauso dei monelli e della gentaglia che si accalcava per vederlo.

Tanti bambini, desiderando questi “pupi” e tanti altri dolci stuzzicanti la gola, si rodevano dentro per non poterli comprare e guardavano desiderosi da fuori la vetrina. Per certi versi era come se don Cecè sottoponesse quei bambini ad un martirio, come se li condannasse al dolore, al rammarico, quasi alla disperazione. Chissà quei poverini come andavano a letto, come sognavano e come rimpiangevano il loro stato d’impossibilità di soddisfare i loro piccoli, innocenti desideri.

 

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