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Carmelo Antinoro © 2008
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LA BIBLIOTECA COMUNALE BARONE A. MENDOLA DI FAVARA di Carmelo Antinoro
prof. Michele Basile, 1905
... mi si stringe il cuore ogni volta che mi reco nella mia Favara, sempre dilettissima, non ostante l'ombra sanguigna che l'offuschi e avveleni, non vedere nei miei concittadini quel senso di gratitudine, anzi quel senso di orgoglio per l'uomo, che più di ogni altro la beneficò e onorò con un nome che non morrà giammai. prof. Salvatore Vullo, 1919
IL LOCULUS POPULARIS SAPIENTIAE
Carmelo Airò, figlio di Giuseppe, bravissimo ed abile capomastro, fin da ragazzo impiegato in casa Mendola, ideò, diresse e sorvegliò la costruzione della palazzina dedicata alla scienza. Il barone Antonio Mendola , dotato di fine senso artistico, ha voluto i
libri della sua biblioteca rilegati con gusto ed eleganza, per questo
motivo nel 1895 ha mandato a Napoli il suo collaboratore di fiducia
Aleo Nero
(v. foto a sx),
per apprendere l’arte della rilegatura e dell’imbalsamazione di uccelli
ed altri animali,
dal
diletto amico e collega prof. Achille Costa, direttore del museo
zoologico di Napoli e prof. di zoologia all’università, per molti anni
nella Commissione Antifilloserica Centrale in Roma assieme al barone
Mendola. L’arte dell'imbalsamazione l’ha appresa nel laboratorio annesso
al museo del prof. Achille Costa,
mentre la
legatura presso il legatore della regia università.
La biblioteca accoglieva circa 14 mila volumi schedati e catalogati, in ordine alfabetico, per autore e titoli di opere, e con indici bibliografici per materia. Nonostante gli sforzi e le spese fatte dal barone per i propri concittadini nessuno ci andava a studiare, nessuno si avvicinava al suo Loculus, anzi lo sfuggivano come un sito appestato. Ricantavano la solita nenia che chi ci andava moriva d’insolazione d’estate e di polmonite in inverno, che la distanza era troppa, che era in campagna deserta e pericolosa. Diceva il barone: Il mondo è fatto così, nemo profeta in patria acceptus. Io lavoro per il bene, nella convinzione che un giorno la verità distruggerà la calunnia, la menzogna e il bene trionferà sul male. I forestieri vengono a vedere queste mie creature e mi incoraggiano. I paesani mi sparlano e mi avversano. Ma perché tutte queste cose? Povero me! Sogno di offrirle alla patria ed essa non le vuole. Per rendere più agevole il percorso ai cittadini desiderosi di recarsi nel piccolo luogo di sapienza popolare e nell’Opera Pia, ha contribuito con somme e terre proprie ad aprire una comoda strada che dalle vicinanze della chiesa dell’Itria arrivava al piano del colle S. Francesco (via beneficenza Mendola). Purtroppo in tempi di vera fioritura della malandrineria e d’ignoranza, quel luogo era ritenuto di terrore, figuriamoci se la gente si avventurava colà per la biblioteca e la cultura. In tarda età il barone, quando pensava alla sua biblioteca gli si rattristava l’anima, non aveva visione chiara di ciò che doveva farne, gli sembrava di introdursi nelle selve selvagge ed aspre del divino Alighieri. Qualunque era la condotta del suo paese nativo, non voleva tuttavia dargli uno schiaffo solenne e pubblico. Fortemente dispiaciuto di vedere, per certi versi, fallita l’opera, nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto invece accettare i frutti dell’intelletto generosamente offerti, ha scritto al Ministero per affidare a miglior mani la preziosa raccolta di libri, ma anche questa sua richiesta non è sortita a niente. Molto sconfortato e quasi ottantenne, consapevole dell’imminenza della morte e che quanto prodotto con tanti anni d’impegno e spese potesse finire nel nulla, il 13 febbraio 1906 il barone ha aggiunto un codicillo al proprio testamento del dì 12 antecedente come estrema speranza, dove ha scritto, con amarezza, l’estrema decisione che la biblioteca, museo, gabinetto, casa, cisterna e tutto passassero, dopo la sua morte, in proprietà ed uso del Comune di Favara, alle seguenti condizioni: - che libri, oggetti nel museo, l’osservatorio meteorologico, le diverse collezioni e tutto ciò che si trovava dentro la palazzina, rimanessero sempre in essa e nessuna cosa venisse portata fuori. La sede ferma del Popularis Sapientiae Loculus doveva essere sempre quella di contrada Itria S. Francesco; - Che il Comune mantenesse un custode fermo notte e giorno che curasse la pulizia dei libri, la tenuta dei cataloghi, la ripulitura e racconciatura degli animali e degli oggetti riposti nei musei, e nell’osservatorio meteorologico; - che venisse proibita al pubblico la lettura nelle ore notturne; - Che durante i giorni e le ore di lettura il Comune mandasse un suo impiegato per sorvegliare sia la custodia dei libri e degli oggetti, che il buon andamento dei frequentatori; - Che il Comune provvedesse a stampare il catalogo dei libri, accennando almeno il titolo dell’opera, il nome dell’autore e i volumi di ciascuna opera, a comodo e garanzia del pubblico;
Infine ha scritto che il Comune
doveva entro 6 mesi dichiarare l’accettazione o meno del legato del
Loculus Popularis Sapientiae. Nella seduta consiliare del 23 maggio 1909 il sindaco e la Giunta, concordemente, hanno stabilito di interpellare il Consiglio per ben ponderare tutte le conseguenze derivanti dall’accettazione delle condizioni irrevocabili imposte dal donante ed emettere il proprio responso. Dopo tante discussioni si è rinviata la seduta dando mandato all’avv. Bennardo ed ai nipoti della donante, consiglieri notar Gabriele Fanara e Stefano Miccichè di far preghiera alla baronessa, al fine di ottenere la variazione avanzata dal Bennardo di trasportare la biblioteca nel centro abitato. L’avv. Bennardo ha parlato con la baronessa cercando in tutti i modi di convincerla che l’istituzione di un gabinetto di lettura all’interno del paese non veniva a menomare la volontà paterna e che la stessa, pur condividendo ciò, era decisa a far valere la volontà paterna. Nonostante i vari tentativi, il Consiglio si è trovato a decidere se accettare incondizionatamente la donazione secondo quanto richiesto dalla donante o rifiutarla. Dopo cinque mesi di discussioni la Giunta municipale ha ripreso nuovamente i contatti con la baronessa, affinché i libri e gli oggetti costituenti la donazione fossero trasportati dentro l’abitato e, a seguito di insistenti suppliche, ha ottenuto il consenso, a condizione che il palazzo in c. da S. Francesco (il Loculus Popularis Sapientiae del barone) fosse utilizzato solo per scopi di beneficenza.
L’ex palazzo municipale (alla fine del 1800 utilizzato come ufficio del
registro), veniva riadattato a biblioteca ed il fondo Mendola sistemato
al primo piano, dentro
La baronessa pare abbia speso circa centomila lire per la sistemazione della nuova biblioteca. Durante il trasporto dei circa quattordicimila volumi, alcuni di questi, di rilevante interesse, risultarono mancanti. Al controllo risultò mancante pure il microscopio che il barone aveva comprato con circa quattromila lire. Il 9 maggio1937 il Loculus di S. Francesco veniva riutilizzato come ospedale, con dodici posti letto e l’assistenza delle suore del Boccone del Povero, ma dopo pochi anni dovette chiudere per mancanza di fondi, venendo a mancare il presupposto uso di pubblica beneficenza per cui era stato donato al Comune di Favara. In questi ultimi decenni il palazzo è stato adibito all’uso improprio di caserma dei carabinieri prima e di scuola dell’infanzia poi. Negli anni “80 del sec. XX l’elegante palazzo neoclassico è stato barbaramente restaurato e deturpato all’esterno con l’introduzione di infissi di metallo e plastica e con la stesura di anacronistico intonaco sulle superfici lapidee dei muri, sulle modanate, colonne ed elementi architettonici vari. Alcuni libri recano, sul frontespizio, il marchio di possesso del Barone. Si trovano numerosi esemplari rari, tra cui Antichità siciliane del Pancrazi, del “700, in folio, con copertine in cartapecora; un rarissimo Sicilia antiqua del Cluverio, del “600; l’intera Enciclopedia francese di Diderot e di D’Alambert, in folio, con l’elegante carattere disegnato dal tipografo inglese Baskerville, considerato tra i migliori del XVIII secolo. Il gioiello più prezioso all’occhio del bibliofilo è senz’altro il libro sul duomo di Monreale, stampato nel 1859 dalla tipografia palermitana di Francesco Lao, con copertina in pelle finemente intarsiata, suddiviso in due tomi, uno di testi, di Domenico Benedetto Gravina, e l’altro di tavole a colori, con fondi d’oro e a margini vivi. Tra gli altri libri d’arte, in folio, vanno citati l’opera in otto volumi sul Vaticano del Pistolesi e un altro in tre volumi sul Campidoglio. Utile, per una ricatalogazione e rivisitazione dei beni presenti al museo nazionale di Napoli, è un’opera dell’800, in diversi volumi, riproducente i reperti archeologici. Interi scaffali di classici latini e greci nelle edizioni dei fratelli Treves; una straordinaria e curiosa storia mondiale della prostituzione; trattati di medicina; i manuali tascabili Hoepli; numerosissimi trattati, anche rari, di botanica. Numerose sono le enciclopedie tecniche, merceologiche, opere di alta divulgazione scientifica della UTE (poi UTET), tutte quante rilegate dall’Aleo Nero; un’abissale differenza si riscontra tra la rilegatura editoriale del testo di botanica di Kerner di Marilaun e quella rifatta dal barone. Dei 14 mila volumi esistenti nel Loculus nel tempo in cui viveva il barone Mendola, oggi ne sono rimasti 8 mila. Tutte le collezioni comprendenti diverse centinaia di fotografie di vario genere (alcune riproducenti momenti di vita, di usi, costumi e tradizioni popolari di Favara), di stampe (oleografie) ed altro ancora sono sparite e sono andate ad arricchire i cassetti e i muri domestici di alcune famiglie. L’acquarello del castello chiaramontano di Favara eseguito dal barone nel 1853, che aveva ritrovato dopo tanto tempo e depositato in biblioteca l’11 dicembre 1897 oggi si trova in possesso di un veterinario. Povero barone ! ... poveri noi!
IL MUSEO
– Nel Loculus Popularis Sapientiae c’era ancora un museo con un pò di tutto:
un gabinetto d’imbalsamazione, una raccolta di uccelli di stazione e
d’immigrazione passeggera in Sicilia, di quadrupedi, rettili, insetti,
pesci, etc. C’era un germe di musei geologici, mineralogici, etnici,
numismatici ed una legatoria di libri; un gabinetto di microscopia al
Il barone voleva annetterci una scuola di disegno lineare, geometrico ed ornamentale per tutti gli artigiani, e, forse anche, una scuola di musica.
Ci sono i resti di alcuni reperti archeologici
sepolcrali di creta cotta C'è una collezione di campioncini di marmo, mandati da Gerlando Spadaro, studente di medicina in Napoli (v. foto a dx). Gli uccelli del museo venivano, per la maggior parte, dal lago di Lentini, mentre gli oggetti vari di imbalsamazione come ferro filato per le armature, occhi, etc. provenivano dalla bottega di un naturista di Siena.
Risalgono al 1897
alcuni fra
gli uccelli imbalsamati, fra cui un martin
pescatore,
un fagiano nero
imperiale, un Ardea Alba bianco, un bell’uccello
acquatico bianco con piume nere alle ali della grossezza di falcone,
quattro uccelli acquatici
neri con becco bianco, un grosso piccione di carcarazzo,
tre piddottule o donnole,
di cui una proveniente dall'Africa, delle conchiglie ed una stelletta Risale al 1897 un grosso uccello bianco con zampe e piedi neri, non molto alti, almeno più bassi del trampoliere.
Risale al 1902 un piccione di
barbagianni.
Risalgono al 1904 un porcospino; Risale al 1905 un uccello detto Camola, di colore verde smeraldo, con qualche tinta di giallo e castagno. Risale al 1906 un' anitra imperiale col ciuffo (tuppo) sulla testa e un Barbagianni.
Risalgono al
1901 alcuni oggetti inviati
dall'Africa da
Michelino Internicola*
di Favara (sottocapo timoniere di una nave governativa
sempre in giro per il mondo) ed Risalgono al 1905 due fossili conchigliferi rinvenuti nell’appennino ligure e regalati al barone Mendola da Beltramo La Lumia di Marco, capitano del 28° reggimento fanteria di Firenze.
C'erano pure due mobilucci in ebano, intarsiati
d’avorio, con cassetti (regalati al barone dalla figlia Angela), forse fatti in
Germania nel corso del 1600. Un armadietto portava le figure bianche
Facevano parte del museo, ma oggi non più esistenti, un gran numero di
francobolli esteri regalati al barone dalla sorella Girolama;
un
album di 47 fotografie dell’Africa
portati da Nel tempo il museo è stato depredato di parte del materiale che il barone, con grande pazienza e spese, aveva raccolto. Attualmente il museo si trova allocato nella sala Timilia del Castello, ma necessiterebbe di spazi e ambienti con microclima e illuminazioni adeguati alle visite e alla conservazione.
Nelle foto: fase iniziale del restauro della scaffalatura lignea con individuazione degli strati pittorici non originali e loro eliminazione.
Per un maggiore approfondimento della storia della biblioteca e del museo si possono consultare i libri:
Geneo Storia Favara
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