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Carmelo Antinoro © 2008
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IL CASTELLO DEI CHIARAMONTE DI FAVARA di Carmelo Antinoro
... Su questi muri si combatteva, ed ancor sulle torri, le quali un palmo e più sporgevan fuori dal muro della fortezza per dar luogo ad anguste scale interne che alla sommità riuscivano, la quale era dai merli difesa. Sparve ogni vestigio di tale edificio dopo il 1830. ... La residenza baronale era però costituita entro quella parte che dicesi palazzo della duchessa, ed è il mastio della rocca, il quale si divide in due piani e serba vestigia di ricche decorazioni anche in musaici ed in pregevoli sculture. Poiché oltre delle vie sotterranee e dei trabocchelli e degli andirivieni e delle uscite ingegnosamente incavate nella viva rupe son da ammirar delle scale intagliate negli spessi muri, che comunicavan dal basso a tutti i piani, a tutte le stanze, e sino alla sommità scoperta, chiuse all'ingresso da una lapida a guisa di porta, che serrata appariva uniforme a tutta la parete, né lasciava alcun vestigio. ... Ahi che in ogni tempo è stata operosa nell'architettura ed in tutte le arti Sicilia nostra; ma par che alla sua gloria abbia congiurato di far guerra l'ignavia di una gente, a cui non palpita in petto un sentimento di venerazione per la patria e per le sue celebri ricordanze.
Cronologia dei proprietari del castello (1270 - 1311) Federico II Chiaramonte e Prefolio (Giovanna …..) | (1311 - 1321) Costanza II Chiaramonte e Mosca (Brancaleone Doria - Antonio Del Carretto) | 1320 - ? Giovanni I Chiaramonte e Prefolio (Lucca Palizzi - Giovanna ...) | (1342 - 1352) Manfredi II Chiaramonte e Palizzi (Mattia Aragona) | ? - 1352 Simone Chiaramonte e Aragona (Venezia Palizzi) | 1352 - ? Federico III Chiaramonte e Palizzi (Costanza Moncada) | ? - 1377 Matteo Chiaramonte e Moncada (Iacopa Ventimiglia) | 2 dicembre 1374 - ? Manfredi III Chiaramonte e Aragona (Margherita Passaneto Eufemia Ventimiglia) | (1391 - 1392) Andrea Chiaramonte (Isabella …..) | 4 aprile 1392 - 1398 Guglielmo Raimondo Montecateno | 1398 - 1408 Emilio Perapertusa | 1408 - ? Bernardo Berengario Perapertusa (Ilaria Ventimiglia - Adelicia ... ) | ? - 1453 Guglielmo Perapertusa | 4 luglio 1453 - ? Giovanni Perapertusa Castellar | ? - 1480 Francesco Perapertusa Castellar | 1480 - 1486 Guglielmo Perapertusa Castellar | 1486 - ? Guglielmo Ajutamicristo | ? - 1509 Guglielmo Perapertusa Castellar | 10 ottobre 1509 - 1520 Lucrezia Perapertusa Castellar (Giosuè II De Marinis) | 30 giugno 1520 - 1557 Pietro Ponzio De Marinis (Stefania Moncada e Luna) | 20 luglio 1557 - 11 ottobre 1568 Giovanna De Marinis (Ferdinando De Silva - Lorenzo Telles) | 11 ottobre 1568 - 22 luglio 1593 Maria De Marinis (Giovanni Aragona e Tagliavia) | 22 luglio 1593 - 1 ottobre 1604 Carlo Tagliavia Aragona e De Marinis (Giovanna Pignatelli e Colonna) | 1 ottobre 1604 - 28 agosto 1605 Giovanna Pignatelli e Colonna (Carlo Tagliavia Aragona e De Marinis) | 28 agosto 1605 - 8 agosto 1616 Maria De Marinis (Giovanni Aragona e Tagliavia) | 8 agosto 1616 - 23 aprile 1624 Giovanni Tagliavia e Pignatelli (Zenobia Gonzaga ed Oria) | 23 aprile 1624 - 4 gennaio 1654 Diego Tagliavia e Pignatelli (Stefania Mendozza e Cortes) | 4 gennaio 1654 - 26 agosto 1695 Giovanna Tagliavia e Mendozza (Ettore Pignatelli) | 26 agosto 1695 - 2 marzo 1725 Giovanna Pignatelli e Pimintelli (Nicolò Pignatelli) | 2 marzo 1725 - 20 novembre 1751 Diego Pignatelli (Margherita Pignatelli) | 20 novembre 1751 - 31 gennaio 1766 Fabrizio Pignatelli (Costanza Medici e Gaetani) | 31 gennaio 1766 - 8 ottobre 1801 Ettore Pignatelli e Medici (... Piccolomini) | 8 ottobre 1801 - 1818 ca. Diego Pignatelli e Piccolomini (... Caracciolo) | 1818 ca. - 16 aprile 1829 Giuseppe Pignatelli e Caracciolo (Bianca Lucchesi Palli) | 16 aprile 1829 - 9 maggio 1833 Stefano Cafisi (Giuseppa Lombardo) | 9 maggio 1833 - 16 marzo 1890 Giuseppe Cafisi (Teresa La Lumia) | 16 marzo 1890 - 30 aprile 1903 Stefano Cafisi (Maria Carolina Giudice) | 30 aprile 1903 - 28 luglio 1941 Maria Cafisi (Giovanni Miccichè) | 28 luglio 1941 - 18 maggio 1962 Francesco e Giuseppe Miccichè (Carmela Pasciuta) (Calogera Riolo) | 18 maggio 1962 Comune di Favara
La roccia fortificata e la fonte Canali
Vito Amico, nel citare alcune fonti storiche,
nel dizionario topografico della Sicilia ci dice che Federico II Chiaramonte
fu il fondatore
Il Villabianca definisce Favara: Terra così detta dalle cristalline fonti, che sgorgano nel suo contado, e fertilissimi rendono i di lei campi. Ella è baronale con mero e misto imperio.
Riguardo alle acque un antico documento ci dice: queste scaturiscono da
diversi strati di un banco di roccia calcare. A causa dell’evaporazione
prodotta dalle azioni atmosferiche le falde degli strati superiori sonosi
esaurite e la sorgente è alimentata
dai soli strati inferiori. Non avendo il condotto
Parlando della roccia fortificata e del castello non si può fare a meno di evidenziare l’importanza che la fonte Canali ha avuto nella scelta del luogo e la vita del maniero. Trattasi, nella fattispecie, di una piccola caverna sotto la via Reale (v. foto a dx), in origine aperta, dove tutti andavano ad attingere acqua. Con l’espandersi del tessuto urbano ai piedi ed a valle della roccia fortificata, nella metà del XVIII sec., si sentì l’esigenza di interrare la caverna e renderla accessibile attraverso un cunicolo realizzato in pietra e gesso, che è servito anche come conduttura d’acqua. In origine, pare che un un cunicolo collegasse il castello con la fonte. All’origine il castello era abbarbicato, almeno per tre lati, su uno sperone di roccia, tranne che per la parte meridionale, la cui difesa era garantita da un’altra struttura fortificata. Se da un lato la fonte è stata una componente essenziale per la vita del castello, dall’altro, la roccia, per vocazione topografica, è stata il sito geografico più vicino e sicuro.
La cinta muraria e la torretta Il castello di Favara, nel complesso, rispettava i canoni del castrum medievale, con il mastio che anticamente si collegava ad una cinta muraria fortificata con una torretta d’angolo, col compito di garentire la sicurezza del palazzo (castello), dove il signore dimorava con la famiglia. La cinta muraria ed il castello, lungo il perimetro est, risultavano naturalmente difesi dallo sperone roccioso su cui erano abbarbicati. Alle pareti scoscese di detto sperone che scendevano a strapiombo, in epoca cinquecentesca furono addossati la chiesa di nostra Signora della Trapassione (Madonna del Transito) ed abitazioni private, la qual cosa modificò il caratteristico aspetto originario naturale del luogo ed occultò le stesse pareti con relativi anfratti naturali e grotte ancora oggi esistenti.
La cinta muraria rappresentava l’avamposto difensivo, oltre che della struttura stessa, anche del castello, il cui unico accesso sul fronte meridionale, sarebbe risultato estremamente vulnerabile senza questa struttura. La cinta muraria aveva un legame simbiotico anche con la pubblica piazza e lo dimostra il fatto che la lunghezza del muro occidentale coincideva con la larghezza della piazza. Quest’ultima doveva assurgere al ruolo di difesa e protezione, dato che la parte più vulnerabile della fortificazione, per secoli utilizzato anche come carcere, era il fronte occidentale che si affacciava alla piazza. Non è da escludere che l’impianto della cinta muraria, con relativa torretta, sia stato realizzato prima del castello e probabilmente in epoca sveva. Buona parte di quella che poteva essere la cinta muraria settentrionale risulta essere il muro meridionale del castello, su cui dovrebbero riscontrarsi discontinuità strutturali dovute alle differenti tecniche-costruttive adottate in periodi diversi, ciò che, invece, non è riscontrabile in alcun modo. Tuttavia non sarebbe da scartare neanche la possibilità di una parziale demolizione della cinta muraria e costruzione, ex novo, del muro sud del castello, cosa assai improbabile, giacché in quel periodo la tendenza era di adattare le nuove strutture a quelle esistenti. In realtà la presenza del cantonale sud-est, ricoperto fino a terra di conci squadrati, e gli elementi ipotizzati ed accertati inducono a pensare che la cinta muraria sia stata aggiunta ed appoggiata al castello. È assai probabile, inoltre, che la cinta muraria fosse dotata soltanto di una torre, e non di quattro, come riportato dall’Amico. Le notizie fornite dall’arciprete Antonino Salvaggio, secondo le quali l’ultima torre fu demolita dopo il 1820, risultano in parte errate. Risulta invece che la torretta non è stata mai demolita, e che Giuseppe Aragona Pignatelli e Cortes, duca di Terranova e Monteleone, nel 1829, vendette l’intera struttura fortificata e relative attinenze, anche se non nella sua perfetta connotazione originaria, a Stefano Cafisi.
Per tutto il 1700 la torretta è stata oggetto di acconci e ripari
soprattutto nella copertura.
La presenza La torretta, almeno al primo livello fuori terra, oggi risulta perfettamente integra nelle strutture verticali e nelle volte ed è costituita da spessi muri. Il muro occidentale della torretta è perfettamente in asse col muro orientale del magazzino del Collaro del castello. Una struttura quadrangolare, perfettamente speculare alla torretta, la troviamo all’interno del castello, tra il magazzino del Collaro e l’andito voltato. Se questa struttura sia stata un’altra torre della cinta muraria non lo sappiamo. È certa, invece, la sua funzione di mastio, come attestano le fonti archivistiche e un’antica incisione ritrovata durante il restauro (1998-2001) sulla parete occidentale della prima rampa di scala, che dal ballatoio conduce al quarto superiore (v. foto a sx, con evidenziazione in bianco delle incisioni). L’inaccessibilità della scala, perdurata dal 1964 (con la demolizione del ballatoio) fino agli ultimi lavori di restauro, ha consentito a questa immagine di conservarsi inalterata.
Le segrete Il castello è dotato di cunicoli sotterranei che dovevano servire per eventuali fughe e per collegamenti strategici. Allo stato attuale si conosce un cunicolo con ingresso da un portale a sesto acuto ad est della roccia fortificata (v. foto a dx). Il cunicolo percorre per una diecina di metri la zona sottostante il magazzino dell’Orzo (F); le pareti manifestano ancora oggi i segni di scavo dovuti all’azione dell’uomo. L’ultimo tratto si dirige verso il centro della corte del castello, dove la volta si chiude quasi verticalmente; per ora risulta impossibile andare al di là di questo tratto poiché il passaggio è ostruito da materiale sabbioso sciolto. Si può ritenere che da qui il cunicolo continui per qualche metro ancora in fortissima pendenza, fino ad arrivare in una caverna a guisa di vestibolo, da dove dovrebbero avere inizio diversi attraversamenti. Escludendo quanto la tradizione orale ci ha tramandato sul collegamento con la Montagna Caltafaraci, da verifiche effettuate in diversi luoghi, dovrebbe essere accreditabile l’esistenza almeno di quattro cunicoli principali. Un primo cunicolo dovrebbe dirigersi verso nord, sotto la via Umberto e potrebbe avere sfogo nei pressi della chiesa dell’Itria (impianto medievale di probabile matrice chiaramontana); un secondo cunicolo, con direzione est, attraverserebbe il sottosuolo della roccia fortificata fino ad arrivare in prossimità della grotta, sotto via Reale, dove sgorga l’acqua di Canali; un terzo cunicolo dovrebbe dirigersi verso la chiesa madre; un quarto cunicolo attraverserebbe il sottosuolo dell’attuale ufficio postale e si collegherebbe con un ambiente interrato di un antico palazzo signorile e da qui prosegue verso la chiesa S. Nicolò. All’interno della cucina del piano terra del castello è presente un’altra cavità, forse scaturita dal cedimento della volta del cunicolo, nel recente restauro resa visibile ed ispezionabile mediante opere di sistemazione delle pareti e la collocazione di una botola metallica a graticcio. Questa cavità è stata trovata parzialmente regolarizzata nelle pareti con malta di cocciopesto ed è stata utilizzata come silo per la raccolta di cereali in periodi non recenti.
Il castello: usi, toponimi e trasformazioni degli ambienti
Il piano terra
L’andito - È il primo ambiente voltato d’ingresso del castello. Originariamente le pareti erano rivestite da intonaci dipinti. Col tempo detti intonaci e la superficie intradossale della volta si sono coperte di un folto strato di fuliggine derivata dai fumi che si sprigionavano dalle cucine presenti nei due vani all’ingresso del castello, prima quello ovest e poi quello est. Nel corso del restauro, nella primavera del 2001, sono stati portati alla luce residui di affreschi di due stemmi della famiglia Chiaramonte ai lati dell’arco del portale principale d’ingresso e l’immagine di un cavaliere col nimbo, con chiaro riferimento a S. Giorgio (v. foto a dx). Il muro ovest dell’andito presenta una compagine poco compatta ed abbastanza provata. Ciò è dovuto sia al peso delle strutture soprastanti, sia al fatto che la muratura, nel corso degli anni, è stata sottoposta a rimaneggiamenti, in conseguenza alla demolizione della prima rampa di scala che conduceva al piano nobile.
La cucina degli armigeri e carcere
criminale - Ambiente
con volta a tutto sesto. Nel 1557
era
La dispensa - Magazzino dotato di volta a botte. Nel 1557 era chiamata dispensa magna e, nei primi del 1800, magazzino della Timilia (qualche volta anche Tumminia), con chiaro riferimento ai cereali che qui venivano conservati assieme ad altre provviste. Intorno ai primi del 1500, l’ambiente è stato diviso in due con un muro, ai cui lati sono state poste due colonne, di sicuro provenienti dal salone. Il nuovo ambiente è stato reso indipendente grazie ad una porta architravata di fattura rinascimentale, realizzata sul primo pianerottolo dello scalone della corte. Sull’architrave del portale rinascimentale aggetta dalla parete un blasone a losanga, come quello esistente sopra il portale d’ingresso secondario nord della cinta muraria. Purtroppo il forte degrado lo ha reso illeggibile, anche se, con fatica, si riesce a scorgere un cartiglio. I motivi floreali in bassorilievo, ancora evidenti, hanno una familiarità con quelli riportati nel blasone dei Perapertusa, in mostra nell’andito. Ad individuare il casato ci viene incontro la tipologia del blasone, la cui forma a losanga, secondo studi d’araldica, era una prerogativa delle damigelle. In tal caso occorre osservare che l’unica damigella della famiglia Perapertusa è stata Lucrezia, figlia di Guglielmo, che prese investitura del feudo nel 1509. È probabile, quindi, che alcuni lavori, commissionati da Guglielmo ed eseguiti da mastro Bernardo Sitineri nel 1488, siano stati continuati sotto la baronia di Lucrezia tra il 1509 e 1520. Il portale architravato è successivo allo scalone della corte, giacché è stato adattato al piano di calpestio del pianerottolo e non a quello del magazzino della Timilia, che è più basso. Da ciò risulta evidente che l’ambiente ricavato nel magazzino della Timilia è anch’esso successivo allo scalone e coevo al portale.
Gli alloggi degli armigeri - Sono tre vani quadrangolari con volta a botte, ognuno con ingresso proprio dalla corte e completo al suo interno di due stipi murali (o gasene), di una latrina e di canna fumaria, per il riscaldamento . Nei primi del 1800 il vano immediatamente vicino all'ingresso del castello è stato adibito a carcere civile. Il vano centrale nella seconda metà del 1800 è stato parzialmente alterato con l’inserimento di una scala. Il restante vano è stato utilizzato come mangiatoia. A queste opere di trasformazione si devono aggiungere pure la porta a sesto acuto d’accesso alla scala citata dalla corte e quella in fondo alla stessa, che ha portato alla parziale distruzione della latrina. In concomitanza alla realizzazione della mangiatoia, che ha ostruito il portale d’accesso medievale, a fianco è stato realizzato un altro accesso, con la conseguente distruzione di buona parte di uno dei due stipi murali presenti nel vano. Detti interventi, effettuati nella seconda metà del 1800, sono privi di significato architettonico e, oltre a deturpare pesantemente l’assetto spaziale del vano, hanno prodotto il collassamento di parte della struttura muraria, per cui si è reso necessario il suo consolidamento nel corso del restauro (1998-2001).
Lo scalone d’accesso al piano nobile - La prima rampa originariamente doveva trovarsi addossata al muro nord del vano cucina. Sulla parete superiore al vano sono evidenti i segni di un preesistente collegamento del pianerottolo con lo scalone. Il muro est, in comune con l’andito, e buona parte del muro nord, dove si appoggiava la scala, risulta molto rimaneggiato. La prima rampa di scala è stata diroccata probabilmente nel 1488 da mastro Bernardo Sitineri e realizzata, in forma più ampia, ad ovest della corte. Il nuovo scalone è stato impostato su due arcate, per non coprire il pozzo e l’ingresso del magazzino del collaro. Pur tuttavia questi lavori hanno portato al parziale occultamento del pregevole portale d’ingresso al magazzino del Collaro ed al relativo blasone dei Chiaramonte.
Il piano nobile
La loggia - La loggia, immediatamente superiore all’andito, costituisce il vestibolo fra il piano terra e quelli superiori. In origine poteva essere isolato dallo scalone con un robusto portone di legno, con spranghe e catenacci, nei secc. XVIII e XIX chiamato porta della fico. L’unica bifora esistente, a sud, per materiale e tipologia, non è coeva all’impianto originario e potrebbe essere datata tra la fine del 1400 ed i primi del 1500; non è esclusa l'attribuzione al Sitineri. Le parti d’intaglio sono state realizzate con pietra calcarea di tipologia similare a quella del prospetto della vicina chiesa del Purgatorio, prelevata dalle cave della Portella. Particolare attenzione meritano le incisioni sull’imposta della volta a botte, che comprendono tessere con motivi variegati in bassorilievo. Tra gli elementi ornamentali intagliati sono pure evidenti delle incisioni che richiamano l’arme dei Chiaramonte.
Il portico - Costituisce il
prolungamento della loggia ed originariamente era in legno (Nel 1663 il
faber lignarius mastro Antonino Pullara eseguiva numerosi lavori di
manutenzione negli infissi ed altre parti lignee del castello, oltre che per
conzare lo porticato del castello. Nel 1719 il faber lignarius mastro
Giovanni Pirrera riceveva il
La cucina dei nobili - L’ambiente cucina del piano nobile, originariamente con volta a botte, era dotato di forni e focolari nell’angolo sud-ovest. I fumi venivano espulsi da una canna fumaria in comune con la cucina del piano terra. Terraglie e posaterie venivano lavate in un lavatoio ricavato in una nicchietta in conci intagliati sulla parete sud (v. foto a dx). L’acqua veniva espulsa mediante un cavedio nello spessore del muro.
Il
salone - L’ala ovest del piano nobile ospita un grande vano di mq
191,00,
Le
stanze della duchessa - L’ambiente, anticamente d’uso prevalente della
signora del castello, prima dell’intervento di Capitano (1964-1965)
La stanza del duca - Era la camera da
letto del marchese di Favara e duca di
La
cappella - La cappella è indubbiamente l’ambiente più
significativo del
La stanza del Crocifisso - Dopo la cappella ed il salone, la stanza del Crocifisso era indubbiamente la più bella del castello per la suggestiva volta a crociera costolonata e le colonne d’angolo (ricostruita nell'intervento di recupero - v. foto a dx). Era l’ambiente di ricevimento privato del signore del castello e la sua ubicazione d’angolo, a diretto contatto con la loggia, non è un fatto casuale. Come gli alloggi degli armigeri, anche questo vano è fornito di latrina e di stipo murale prossimo all’ingresso. Un altro stipo doveva trovarsi nello stesso muro, oltre la bifora sud.
Il quarto superiore
Le stanze - Il quarto superiore (secondo piano) comprendeva due vani a nord, uno all’angolo nord-est, sopra le stanze della duchessa, uno ad est, sopra la camera del duca, con scaletta d’accesso e retrocamera ed infine un vano a sud (S) con retrocamera. Erano stanze piuttosto modeste, anche in altezza, in parte dotate di servizi (cucine e latrine) ed utilizzate per tanti anni dal personale domestico che aveva il compito di governare il maniero. Detti vani, così come gli altri, nel tempo sono stati utilizzati per altri scopi, in rapporto agli eventi ed alle necessità. La stanza (T) era dotata di grata d’ingresso ed una sola finestra monofora prospiciente la corte. Per un certo periodo è stata utilizzata come luogo di tortura dei carcerati. È probabile che fosse servita da una latrina ricavata nello spessore del muro nord, all’angolo nord-ovest (d). La stanza a sud (S), l’unica in quest’ala, possiede due finestre, una bifora a sud, ed una monofora a nord, sulla corte. La posizione alta e distanziata rispetto alle altre stanze del castello conferiva all’ambiente uno stato di perfetto isolamento, per tale ragione, per tanti anni è stata adibita a carcere femminile.
La scala che collega il piano nobile col quarto superiore, con le coperture e l’orologio - L’unico accesso al carcere delle donne era assicurato da una ripida e stretta scala ricavata nello spessore del muro che divide la loggia dalla cucina del piano nobile. La scala, con unico accesso sul ballatoio, proseguiva con una seconda rampa, in direzione est-ovest, verso il terrazzo. All’angolo delle due rampe una stretta monofora illumina con una fioca luce, ancora oggi, l’angusta e ripida salita.
Le coperture, i terrazzi e i merli
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L’estradosso delle volte di copertura ed i rinfianchi
La torretta dell’orologio
- Il primo
impianto di orologio civico a Favara si colloca presumibilmente fra
Il fabbricato addossato al castello
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Fino alla seconda metà del XIX sec. l’unica via che dalla zona N-E della
pubblica piazza (piazza Cavour) portava al quartiere S. Antonio ed alle
fonti Canali e Giarritella era
Il castello prima dell'intervento - foto in b/n del settembre 1993
Il testo sopra riportato è un breve sunto del libro :
Geneo Storia Favara
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