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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

CHIESA DI S. ANTONIO DA PADOVA

E CONVENTO DEI FRATI MINORI FRANCESCANI

di Carmelo Antinoro

 

L'impianto cinquecentesco

I frati minori conventuali sono venuti a Favara nel 1530 ed hanno utilizzato come prima dimora i locali del convento del Carmine, anticamente dedicato a S. Antonio da Padova e poi all'Annunziata. Nel 1574 hanno abbandonato il convento e ne hanno utilizzato un altro, sotto il titolo di S. Antonio Abbate sul ridente pianoro della collina che ha preso il nome del fraticello d'Assisi. Il precedente convento venne occupato dai frati Carmelitani.

Siamo agli albori dello sviluppo urbano di Favara, quando il primo nucleo, sorto ai piedi del castello, fra le vie del Transito e S. Nicolò contava meno di cinquecento anime.

La presenza del piccolo convento sull'omonima collina ha foraggiato la formazione di un primo nucleo abitativo di piccole case terrane, con sviluppo verso la vallata, in direzione nord. Il destino di questo borgo purtroppo non è stato prospero, dato che il Comune nei periodi epidemici, ha utilizzato, prima le cripte della chiesa di S. Antonio da Padova e poi il terreno retrostante l'antico convento, come luogo per la sepoltura dei morti appestati e colerosi.

Risulta utile ricordare che tra il 1624 e 1625, la comunità favarese venne devastata dalla peste bubbonica e per evitare il contagio i morti vennero seppelliti nei terreni a sud-est dell'antico convento francescano. Il complesso architettonico era situato nell'estremità nord-est dell'attuale piazzale retrostante il convento e vi si accedeva dal paese mediante una stradina larga sei palmi che, principiando ad est del vallone, nei pressi dell'attuale piazza Libertà, si inerpicava fino a raggiungere un ampio pianoro sulla collina, da dove si biforcava, da una parte per arrivare, mediante una scalinata, al sagrato della chiesa, dall'altra parte, incuneandosi tra il muro meridionale dell'orfanotrofio e la parete del muro settentrionale della chiesa e costeggiando il convento proseguiva verso le terre che nella prima metà del 1600 avevano ospitato le spoglie dei poveri estinti di peste bubbonica.

L'imponente chiesa aveva lo stesso orientamento di quella attuale, con la facciata principale rivolta verso il paese; aveva dimensioni interne di canne 5x9,2 (mt. 10,30x19,00) con l'area presbiteriale e absidale di forma quadrangolare. Il convento si trovava ad oriente rispetto alla chiesa e, come si evince dai riveli del 1838 in quel periodo risultava abitato dai ff. francescani e comprendeva tre cellette e due sale, di cui una al piano terra, adibita a stalla, e l'altra al piano superiore, compreso un piccolo catoio. 

Col passare degli anni il convento ha subito degli alti e bassi; i forti miasmi che scaturivano dai cadaveri mal sepolti ammorbavano l'aria e più volte i frati erano costretti a lasciare la sacra dimora. Anche le famiglie che da anni abitavano il piccolo borgo, nel tempo, sono stati costretti a trasferirsi all'interno dell'abitato. Verso la fine del 1700 il villaggio era già in rovina. 

Nel 1802 convento e chiesa furono abbandonati dai frati del tempo ed i locali furono riutilizzati da alcuni eremiti fino al 1837, periodo in cui anche questi l'abbandonarono a causa del lezzo dei cadaveri mal sepolti.

Nel 1837, a seguito dell'epidemia di colera, la chiesa di S. Francesco era stata scelta come unico luogo per la sepoltura dei cadaveri e le cripte si erano talmente riempite, al punto da non poterne più ospitare, tanto che i corpi degli estinti rimasero insepolti sul pavimento del sacro edificio, con possibile nocumento per la salute pubblica.

Nel 1842, dietro richiesta sindacale, l'intendente approvava alcuni interventi urgenti bisognevoli nelle sepolture del campo santo provvisorio di S. Francesco.

Nei riveli del 1843 veniva annotato, per semplice memoria, la chiesa, la sacrestia di tre pezzi ed un cimiterio di un mondello.

Sul lato meridionale si trovava il giardino contornato da muri in pietrame alti palmi 8, con una grande cisterna interrata per l'approvvigionamento idrico, successivamente utilizzata come fossa comune.

Nel 1846 si riuniva la Decuria per discutere sui provvedimenti da adottare per condurre ad uno stato dignitoso il cimitero provvisorio di S. Francesco, meglio evidenziato nel verbale come tomba informe stracolma di cadaveri e per i quali la gente invocava maggiore rispetto.

Nel 1854 venivano concordati alcuni acconci e ripari da eseguire nella chiesa di S. Francesco e giardino adiacente.

In questo periodo il locale di S. Francesco rimaneva abbandonato per mancanza di sepolture, non venivano eseguiti i tanto discussi lavori ed i cadaveri continuavano ad essere seppelliti nelle altre chiese.

Nel 1856 si riuniva il Decurionato per deliberare sulle condizioni di appalto per il restauro della chiesa S. Francesco da destinare a campo santo. Il Consiglio d'Intendenza, visto il progetto dell'ing. Gravanti per la realizzazione del cimitero sulla collina di S. Francesco e l'inglobamento della stessa nell'impianto cimiteriale, vista la decurionale che limitava il progetto al restauro e consolidamento della sola chiesa, alla realizzazione della piattaforma per l'attraversamento del vallone e sistemazione del tratto di strada che conduceva alla chiesa, dava il proprio parere positivo.

Con la comparsa del colera, nel dicembre 1866, si riproponeva nuovamente il problema delle sepolture nella chiesa di S. Francesco.

Nella prima metà del 1800 i francescani abbandonavano definitivamente il convento e la struttura, nel corso di qualche decennio diveniva un rudere, anzi, secondo quanto scritto in una delibera del 1890: un ammasso di luride rovine in contrasto con i decorosi stabilimenti ivi sorti (opera pia del b.ne Antonio Mendola e nuovo complesso conventuale).

Nel 1999 al centro della piazza retrostante l'attuale convento di S. Francesco (oggi piazza d'Armi) si apriva una piccola voragine del diametro di circa un metro che preludeva all'imboccatura della cisterna contenente i resti umani degli sventurati morti di colera del 1837.

 

L'impianto ottocentesco

Effetti sicuramente negativi sul convento dovette avere la nefasta legge del 1866, con cui si abolirono, in Italia, gli ordini religiosi. In detto periodo i frati venivano cacciati dalle loro celle ed i beni appartenenti ai conventi venivano confiscati.

Come in altri luoghi, vegliava la provvidenza sulla Val Mazzara, che sin dal 1212 aveva accolto generosamente i figliFacciata della chiesa S. Antonio da Padova e convento dei ffr. minori francescani di S. Francesco. Quanto tutto sembrava fatalmente distrutto, un uomo che, scorgendo fra le ceneri del distrutto convento cinquecentesco una favilla, la raccolse religiosamente e, soffiandoci sopra, riaccese il sacro fuoco francescano in Sicilia. 

L'origine del nuovo convento nella terra dei morti trae origine dalle predicazioni in Favara del frate Ignazio Fleres da Villafranca Sicula, sulle missioni in favore dei luoghi santi di Palestina. Il clero, la nobiltà e la borghesia del Comune, plaudendo l'opera dello zelante francescano, chiedevano l'edificazione di un nuovo edificio religioso.

L'impresa fu assai ardua, data la ristrettezza dei tempi, ma grande era la fiducia che frate Fleres riponeva su S. Francesco. Fu una gara di carità che si destò nel popolo di Favara, uomini e donne, ricchi e poveri, grandi e piccoli concorsero con il lavoro e con generose elemosine alla nuova costruzione, ma soprattutto religiosissime cospicue famiglie favaresi.

Fu uno spettacolo indicibile il giorno 8 maggio 1886, quando il vescovo di Girgenti mons. Gaetano Blandini, circondato da oltre trenta frati minori e da un popolo festante, con il rito solenne della chiesa benediceva la prima pietra del nuovo edificio religioso dedicato al taumaturgo padovano e gettava nelle viscere della terra un astuccio di piombo con all'interno una pergamena, affinché nei tempi remoti potesse testimoniare ai posteri l'avvenimento.

Questa comunità che, nell'arco di qualche mese, contava venticinque religiosi, poté celebrare la ricorrenza del settimo centenario della nascita di S. Francesco, con grande entusiasmo del popolo. Quel luogo può definirsi la culla della rinascita della provincia di Val di Mazzara, da cui, dietro il luminoso esempio di frate Fleres, partì la gagliarda spinta che ha ricostituito gli ordini religiosi in Sicilia.

Nel convento di Favara l'ingegnere Achille Viola eseguì gratuitamente la direzione di alcune riforme delle fabbriche del convento, facendovi costruire un grande scalone ed il campanile nella nuova chiesa. La presenza di Achille Viola in quel periodo è giustificata dal fatto che stava dirigendo i lavori per la costruzione della nuova chiesa madre.

Corsero appena sei anni ed il francescano edificio costituito dal graziosoNavata della chiesa di S. Antonio da Padova convento e dalla bianca chiesa furono completati. La chiesa era ad unica navata, con presbiterio, pareti interne imbiancate a calce, prive di decorazioni e pavimento con mattoni di terracotta. Stipiti, archi, paraste e capitelli sono stati realizzati con pietra calcarea intagliata.

Nel 1889 il Consiglio comunale, su sollecito del barone Antonio Mendola, disponeva la realizzazione della strada di collegamento del piano S. Francesco con la zona dell'Itria (attuale via beneficenza Mendola).

Tra i mesi di aprile e luglio 1891 il Comune faceva esumare i resti mortali sulla collina S. Francesco e, di concerto col guardiano del convento, ne disponeva la collocazione nella cripta costruita sotto la navata della chiesa S. Antonio, afferente il convento.

Nel 1899 veniva inaugurata la statua dell'Immacolata nell'altare maggiore, pregevole lavoro dello scultore Genovese, nella cappella appositamente costruita sotto la direzione dell'ing. Giuseppe Alfuso.

Nel 1896 il convento veniva scelto per il noviziato della Provincia di Val di Mazzara sotto il titolo dell'Immacolata Concezione.

Nel 1906 veniva inaugurato il secondo piano del convento, fabbricato per le solerti premure del rev. frate Innocenzo Bumbalo, maestro dei novizi. Il convento veniva ad assicurarsi una capienza tale da contenere una ventina di novizi o chierici studenti, oltre l'aula scolastica, la cappella del seminario e le stanze per i due maestri. Il noviziato veniva trasferito dal primo al secondo piano.

Nel 1908 veniva costruito il grande coro in legno di noce.

Nel 1910 venivano costruite le mura di cinta del secondo appezzamChiostro del convento dei frr. minori francescaniento di terra aderente alla parte occidentale della chiesa. Il terreno vacuo è stato trasformato in giardino ed al suo interno è stato realizzato un recipiente per l'approvvigionamento idrico.

Con l'entrata dell'Italia nel conflitto bellico scoppiato negli ultimi di luglio 1914, cominciava per il convento una fase di decadenza. In convento cominciava a sentirsi la carestia della pasta e dello zucchero. Per il pane non si è sofferto perché c'era frumento a sufficienza in convento. In questo periodo la struttura raccoglieva diversi profughi.

Gli anni del dopo guerra furono, per certi versi, angustiati per il lavorio di ricostruzione nelle parti interne e per tre furti di mule perpetrati a danno dei frati questuanti mentre attraversavano le campagne.

Nel 1921veniva portata in solenne processione dalla chiesa del convento alla chiesa madre, la statua di S. Francesco, che veniva collocata sull'altare maggiore addobbato a festa, con paranze di fiori e ceri in abbondanza e, nel vasto tempio si svolsero delle solenni feste. Durante le cerimonie veniva invitato il prof. Gaspare Ambrosini che improvvisava un eloquente discorso, incitando allo studio dei nostri “Grandi”, come guida, per il sollevamento e l'educazione della gran massa di popoli. Nella chiesa del convento venivano benedette due nuove campane.

Intanto il convento passava di dominio della Terra Santa e veniva dichiarato collegio internazionale.

Dopo reiterate rapine, per opera di ignoti malfattori, perpetrate a danno del convento, il rev. frate provinciale trasferiva il noviziato da Favara nel convento di S. Maria di Gesù di Cammarata.

Nel 1925 veniva inaugurato l'impianto elettrico e di illuminazione della chiesa del convento. I lavori venivano eseguiti per carità, da alcuni giovani favaresi devoti e benefattori del convento.

Nel 1925 si iniziava per il convento di Favara un nuovo periodo di attività francescana. Tra messe ed altre iniziative di circostanza, si esibiva la Schola Cantorum del locale oratorio festivo mons. Giudice. Veniva realizzata una balaustrata in marmo tra la nave ed il presbiterio della chiesa.

Nel 1926 veniva celebrato solennemente il settimo centenario della morte del serafico fraticello di Assisi, eseguendo puntualmente e con entusiasmo il programma formulato da un apposito comitato cittadino.

Nel 1928 si spegneva il rev. frate Innocenzo Bumbalo, padre benemerito del convento e del paese di Favara dove è vissuto per 31 anni.

Dall'idea del frate Guardiano Vincenzo Sacheli, nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 1930 la chiesa veniva sottoposta a diversi lavori che hanno totalmente trasformato il nudo aspetto originario, conferendo una nuova veste, senza esagerazione, carnevalesca. Nel 1931 veniva riaperta al culto.

Nel 1933, in occasione della festa di S. Elisabetta, patrona delle terziarie francescane, è stato inaugurato nella chiesa, il nuovo tabernacolo d'oro, con l'obolo del popolo favarese;

Nel 1935 venivano realizzati gli prospetti esterni del complesso architettonico conventuale, a cura di maestranze palermitane.

Nel 1937 venivano spedite ad Armando Marinelli di Agnone due campane rotte per essere fuse. Le due campane nuove arrivavano in convento nel mese di dicembre.

L'altare maggiore presentava un evidente difetto: le colonne mancavano di basi e la costruzione sovrapposta a detto altare lo rendeva tozzo e pesante. Il superiore del convento ha voluto far correggere tale manchevolezza e con la decorazione della cappella ha restituito alla chiesa ed alla collettività una vera opera d'arte. I lavori iniziarono nel mese di febbraio 1939 sotto la guida dell'ing. Giacomo La Russa. L'operaio Antonio Pullara ha avuto il compito di demolire l'ingombrante sovrastruttura con avvedutezza. A lui seguì l'operaio Matteo Vetro che rivestì le nuove basi delle colonne. L'altare ed il tabernacolo presero così, una elegante proporzione.

Nel mese di novembre l'abile decoratore Diego Bonsangue da Canicattì, coadiuvato dai due giovani Giuseppe Romeo e Giorgio Fedele, in circa poco più di un mese eseguirono il lavoro. L'artista ha cercato di intonare i colori a quelli preesistenti della chiesa. Ha decorato in oro i fiori, festoni e cornici. Le colonne che imitano perfettamente il marmo policromo, fanno risaltare fortemente la costruzione.

Col trattato di Versailles (1919) pareva che le guerre dovessero cessare dal funestare l'umanità, invece, proprio quel trattato è stato come un cattivo seme, dal quale sono germogliate tutte le discordie che da allora hanno travagliato l'Europa.

La causa prossima di quest'ultima fatale guerra, alla quale la comunità ha assistito, risale alla questione tra la Germania e la Polonia per Danzica e la questione del cosiddetto “corridoio”. La Polonia, fatta forte delle garanzie della Francia e dell'Inghilterra, si irrigidì in un rifiuto categorico, ma in meno di un mese fu stravolta dalle armi tedesche ed occupata in parte dalla Russia (settembre 1939). Allora la Francia e l'Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. Nel 1940 interveniva anche l'Italia alleata della Germania ed i nostri soldati combatterono prima sul fronte occidentale nella battaglia delle Alpi e successivamente hanno occupato la Somalia inglese.

Nella seconda metà di gennaio 1941 o per gelo o per mano imperita si scopriva che la campana grande aveva una lesione, con sommo dispiacere da parte di tutti. Data la mole siè preferito aspettare la fine della guerra per staccarla dal ceppo e portarla alla fusione.

Nel 1943 veniva data ospitalità al convento ad alcuni ufficiali militari e successivamente a 75 militari di truppa e specialisti meccanici. Il mese di luglio è stato un periodo memorabile per la Sicilia per l'ingresso dei soldati americani. La sera del giorno 9 il popolo favarese rimase fortemente impressionato dal frequente e prolungato lancio di razzi luminosi che illuminavano e si spegnevano con ritmo incessante nel cielo d'oriente rispetto al paese, facendo preludere a qualcosa di grosso. Come si è saputo nei giorni seguenti, si è trattato di uno sbarco in grande stile da parte dei militari americani. Il 14 luglio entrarono anche a Favara ed il popolo, stanco di una guerra cruenta, lunga e disastrosa, li accolse serenamente e compiaciuto.

Il 30 novembre 1945 il convento ospitava duecento soldati della Centauro che tenevano l'officina Statua lignea di S. francescomobile pesante attrezzatissima nella piazza d'Armi, accanto al convento. Aerei nemici, pur avvistando l'officina, fortunatamente, non hanno sganciato bombe.

Il frate guardiano del tempo Francesco Gaetano di Alcamo, ha voluto arricchire la chiesa di quattro altari marmorei. Uno di questi, quello dedicato a S. Francesco, è stato un dono di Giuseppe Bosco.

Nel 1949 una porzione di cornice d'angolo a nord-est del campanile si staccava e cadeva sul tetto della chiesa, vicino al coro, con danni solamente al tegolato.

Il 15 gennaio 1969, alle ore 2,53 della notte, una prima violenta scossa di terremoto sconvolgeva la zona occidentale della Sicilia, da Palermo ad Agrigento. Il triangolo Palermo-Trapani-Agrigento sussultava violentemente con danni ingenti e molte vittime. Dalle prime notizie si apprese che i movimenti tellurici avevano distrutto interi paesi, seppellendo fra le rovine, centinaia di persone sorprese nel sonno. Il giorno successivo, alle ore 5,45 il frate del convento Pacifico Nicosia da Canicattì partiva per la zona disastrata di Montevago, portando con se le apparecchiature ricetrasmittenti. A causa dell'intenso traffico riusciva a raggiungere la zona solo verso le 12,00. La stazione trasmittente rimaneva in funzione fino alla sera del giorno 19, dando e ricevendo notizie in tutto il mondo.

Nel mese di luglio 1976 padre Pacifico, a seguito di decreto della Corte Costituzionale che liberalizzava l'uso della radio, unitamente ad un gruppo di amici, dava vita all'emittente Radio FavaraStatua lignea di S. Antonio da Padova 101, ancora oggi funzionante, la cui prima emissione avveniva il giorno 16, con pochi mezzi di fortuna, bassissima potenza irradiante, ma con tantissimo entusiasmo. Nella metà di dicembre si cominciava a potenziare la parte tecnica della Radio.

Nel mese di giugno 1980 la cooperativa R. F. 101, espressione culturale dell'attività della Radio esordiva nel locali del seminario minore vescovile di Favara con la prima commedia “U baruni”, del favarese Giuseppe Casà.

Nel mese di maggio 1982 un gruppo di giovani facenti parte di R. F. 101 davano vita al gruppo folklorico "Città di Favara” che riunivano circa cinquanta fra ragazzi e ragazze.

In questo periodo il tetto della chiesa manifestava segni di fatiscenza, con continue infiltrazioni di acqua meteorica. L'imminenza del periodo delle piogge costringeva i frati ad intervenire urgentemente.

Nel 1988 si dava inizio all'abbattimento di un vecchio salone esistente sul confine est della zona limitrofa a nord della chiesa, oltre i muri di cinta perimetrali, per far posto a quello che poi è stato la “sala teatro S. Francesco”. La sala teatro veniva utilizzata per la prima volta il 21 aprile 1989, ma l'inaugurazione ufficiale avveniva il 25 aprile.

Nella notte del 6 ottobre 1997, intorno alle ore 4,00 una bufera si abbatteva su Favara danneggiando parzialmente il manto di copertura, con notevoli infiltrazioni d'acqua. Il giorno 10 successivo, nella tarda mattinata cedeva la testa meridionale della capriata ovest della navata, già compromessa dai tarli, cadendo sulla volta e tranciandola. Nell'arco di 24 ore un'altra testa della capriata centrale della chiesa cedeva e con la caduta veniva tranciata un'altra porzione della volta ed alcuni fogli di faesite dipinta si staccavano.

Tra il 1998 e 1999 il convento veniva sottoposto a lavori di ristrutturazione.

Tra il 2002 e 2003 la chiesa veniva sottoposta ad un radicale restauro e, per l'occasione venivano eliminate le raggianti pitture murali e della volta e le pareti venivano finite a calce, mentre la pavimentazione in marmo veniva sostituita con altra di mattoni in cotto.

 

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