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Carmelo Antinoro
©
2008
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PERSONAGGI DI FAVARA
di
Carmelo Antinoro
INDICE:
Ambrosini
Alessandro
(giudice, avvocato dello Stato)
Ambrosini
Gaspare
(costituzionalista, deputato)
Ambrosini
Vittorio
(giornalista, militante politico)
Bruccoleri
Giuseppe
(avvocato, giornalista)
Cafisi Stefano
(possidente, ultimo arrendatario di Favara)
Giudice Gesuela (filantropa)
Girgenti Antonio
(conventuale questuante)
Guarino Gaetano
(farmacista, sindaco)
Indelicato
Vincenzo (pittore adornista)
Internicola
Michele di Pietro (viaggiatore)
Internicola
Michele di Antonino (prefetto)
Marrone Calogero
(impiegato)
Mendola Antonio (filantropo, ampelografo)
Palermo Camillo (insegnante, artista)
Portolano Paolo (banditore)
Russello
Antonio (scrittore)
Sajeva Domenico (giornalista)
Scaduto Francesco (docente, senatore)
Valenti Eugenio
(medico, storico)
CANONICI
Bongiorno Vincenzo
(frate)
Cafisi Giuseppe
(arciprete)
Cafisi Ignazio
(arciprete, vescovo)
Giudice Antonio
(arciprete)
Guttadauro Bernardo
(frate)
Iacolino Filippo
(vescovo)
Licata Giosuè
(canonico)
Petta Alessandro
(canonico, docente)
Piscopo Martino
(sacerdote)
Re Bernardino (vescovo)
Salvaggio Antonino
(arciprete, scrittore)
Sutera Antonio
(canonico)
MILITARI
Vaccaro Antonio (capitano)
Santamaria Calogero
(aspirante ufficiale)
Terranova Salvatore
(soldato)
Stuto Giuseppe
(tenente colonnello)
Bosco Giuseppe
(sottotenente)
Callea Antonio
(capitano)
Fanara Calogero
(soldato)
Vella
Castrense
(soldato)
DELINQUENTI
Ferraro Paolo
(delinquente)
Lombardo Francesco (Cicciu Ummardu)
Sajeva Domenico Vudiddazzu
(brigante)
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Ambrosini
Alessandro
è nato a Favara il 6 febbraio 1891, terzo di sette figli
del maresciallo dei RR. CC. Giovanni Battista (1846-1907) di Nola, in servizio a
Favara, e della direttrice didattica favarese Carmela Lentini.
Frequentò le scuole elementari a Favara ed il ginnasio-liceo a
Girgenti, dove si diplomò con menzione d'onore. Proseguì gli studi presso
l'Università di Palermo, dove si laureò con lode nella facoltà di
giurisprudenza. Combattente nella prima guerra mondiale, fu ferito e decorato
con la Croce al merito. Vinse giovanissimo il concorso in magistratura e fu
giudice ad Agrigento, Palermo, Torino e Bengasi.
Passato all'Avvocatura di Stato, pervenne ai più alti gradi.
Fu avvocato di Stato a Bengasi e Tripoli, ove operò con saggezza
e intelligenza, sostenendo i diritti della popolazione locale, dalla quale ebbe
numerosi attestati di stima e di fiducia.
Fu a capo dell'Avvocatura dello Stato della Libia,
successivamente di quella distrettuale di Palermo e, quindi, avvocato generale a
Roma.
Per i meriti acquisiti fu insignito di vari titoli, fra i quali
quelli di Cavaliere di Gran Croce della Repubblica, Commendatore dell'Ordine
della Stella d'Italia ed Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Il 30 giugno 1926 sposò
Maria Lucchesi figlia del cav. Francesco, da Naro, del nobile casato dei
Lucchesi Palli, donna di animo nobile, forte e gentile ed ha avuto sette figli,
tutti laureati e professionalmente avviati nelle più alte cariche pubbliche e
private.
Integerrimo nell'assolvimento dei doveri professionali, civici e
morali, severo anche con se stesso, ma sempre aperto e disponibile con il
prossimo, perseguì con costante impegno i valori della famiglia, della Chiesa e
dello Stato.
Affezionato al paese, anche in età avanzata, amava tornare ogni
anno a Favara, nella campagna di contrada Saraceno, ove trascorreva i mesi
estivi con la famiglia.
Morì il 31 luglio 1992 alla veneranda età di 101 anni. |
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Ambrosini
Gaspare
è nato a Favara, nel cortile Legname, il 24 ottobre 1886,
figlio del maresciallo dei RR. CC. Giovanni Battista (1846-1907) di Nola, in
servizio a Favara, e della direttrice didattica favarese Carmela Lentini.
Gaspare è stato primogenito di sei figli (cinque maschi e una femmina).
Nel 1908 si laurea in giurisprudenza e nonostante
un concorso vinto per entrare in magistratura, preferì restare in ambito
accademico. Dal 1909 fu docente universitario di diritto costituzionale. Nel
1935, dopo aver insegnato a Messina e Palermo, si trasferì a Roma per insegnare
diritto coloniale.
Schierato
politicamente al centro, Ambrosini durante il ventennio ebbe una posizione di
neutralità nei confronti del fascismo. Già durante l'occupazione alleata della
Sicilia, fu contro il separatismo, e fautore dell'autonomia dell'isola, e
divenne uno dei padri dello Statuto speciale siciliano.
Il 24 luglio
1937 ha sposato Francesca Scaduto Mendola figlia dell’esimio professore di
diritto ecclesiastico Francesco Scaduto e Angela Mendola, nipote dell’illustre
barone Antonio Mendola.
Nel 1946
si candidò alla Camera dei Deputati con la Democrazia Cristiana, risultando
eletto all'Assemblea costituente e partecipando in maniera considerevole, con la
"Commissione dei 75", alla nascita della costituzione italiana. Fu componente
della Seconda Sottocommissione, componente del Comitato di redazione, componente
della Commissione speciale per l'esame del disegno di legge costituzionale che
ha prorogato il termine di otto mesi per la durata dell'Assemblea Costituente
dal 19 febbraio 1947 al 31 gennaio 1948, componente della Commissione speciale
per l'esame delle leggi elettorali, componente della Commissione speciale per
riferire sul disegno di legge che ha modificato il Decreto Legislativo 10 marzo
1946, per l'elezione della Camera dei Deputati, componente della Commissione
speciale per riferire sul disegno di legge riguardante norme per la compilazione
delle liste elettorali nella provincia di Gorizia, componente della Commissione
speciale per l'esame del disegno di legge che ha dettato norme per la
limitazione temporanea del diritto di voto ai capi responsabili del regime
fascista.
Nel 1947
fu nominato presidente della Commissione degli affari esteri da Alcide De
Gasperi.
Il 15
novembre 1955, venne eletto giudice della Corte Costituzionale dal Parlamento,
di cui fu presidente dal 20 ottobre 1962 al 15 dicembre 1967. Venne poi rieletto
il 12 ottobre 1966.
Non ebbe
figli naturali. Morì a Roma il 17 agosto 1985 alla veneranda età di 99 anni. |
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Ambrosini
Vittorio
(Favara, 26 febbraio 1893 - Roma,
ottobre 1971)
figlio del maresciallo dei RR. CC. Giovanni Battista (1846-1907)
di Nola, in servizio a Favara, e dalla direttrice didattica favarese Carmela
Lentini.
Vittorio fu un personaggio singolare che attraversò lo scenario
combattentistico di entrambi i conflitti mondiali, con ripetuti
spostamenti su opposti schieramenti politici. Attraversò i due
conflitti mondiali ed il dopoconflitto con prese di posizione
alternanti e contraddittorie. Già nel 1913 era a Berlino quale
corrispondente del Giornale di Sicilia. Nel 1915 era un
interventista di sinistra. Dopo Caporetto è andato
volontario nei reparti d'assalto, col grado di capitano alla
fine della prima guerra mondiale. Nel 1919, immerso
nell'ambiente futurista, assieme ad altri Arditi futuristi, fra
cui Giuseppe Bottai e Mario Carli, fondò l'Associazione fra
gli Arditi d'Italia. Era il periodo di forte legame fra ex
Arditi futuristi ed il giornale Il Popolo d'Italia di
Benito Mussolini. Chi spezzò il legame fu Mario Carli col suo
famoso articolo Arditi non gendarmi nel giornale di
Associazione fra gli Arditi d'Italia intitolato l'Ardito,
dopo l'assalto squadritistico alla Camera del Lavoro di Milano
(era pure presente Filippo Tommaso Marinetti), dando le premesse
di appoggio carismatico alla fondazione degli Arditi del
Popolo di Argo Secondari del 1922.
Ambrosini, scrisse pure su Roma futurista ed era su
posizione di confuso socialismo rivoluzionario. Fondò la sezione
degli ex Arditi di Palermo e nell'aprile del 1919 i primi Fasci
di Combattimento mussoliniani in Sicilia. Nell'immediato
prosieguo partecipò al tentativo di golpe ante-litteram con Argo
Secondari, tentando di spingere all'insurrezione ed alla presa
di potere i militari di stanza a Pietralata, episodio dai
contorni molto confusi.
Vittorio Ambrosini e Giuseppe Mingrino erano fra i nomi di
spicco del Fronte Unito Arditi del Popolo, anche se non
si possono annoverare fra i maggiori capi militari del
movimento, ma pare abbiano avuto rapporti di collaborazione con
la polizia segreta fascista.
Nell’estate del 1919
l'Associazione Arditi, con tre dei più autorevoli membri e
dirigenti: Mario Carli, Cesare Maria De Vecchi e Vittorio
Ambrosini, malgrado il personale interessamento di Mussolini,
non volle aderire al fascio delle forze interventiste per
orientarsi verso il movimento socialista.
Ambrosini scrisse una lettera all'Avanti con cui
annunciava la rottura di buona parte degli arditi futuristi con
Mussolini, ma la risposta dei socialisti (almeno quella
ufficiale) fu di invettive contro Ambrosini ed Argo Secondari,
ponendo fine al mai iniziato legame fra gli ex Arditi ed arditi
futuristi coi socialisti. Nella pratica, però, le cose andarono
diversamente, perché molti socialisti entrarono nel fronte unito
Arditi del Popolo, fra questi anche persone di enorme caratura
come Guido Picelli, deputato al parlamento e capo carismatico
del fronte unito Arditi del Popolo parmense.
Nello stesso anno Ambrosini scrisse diversi lavori per l'Avanti
attaccando Mussolini ed i futuristi, ricevendo lodi da Amadeo
Bordiga. Entrò, poi, nella Guardia Rossa di Milano, di cui si
hanno pochissime informazioni e, in concomitanza col biennio
rosso di Torino, fondò gli Arditi Rossi. Dei rapporti fra
Ambrosini ed il gruppo soviet ne parlò Giuseppe Berti, militante
e storico delle vicende del PCI., additando quasi il capitano
Ambrosini quale infiltrato della polizia, cosa che periodo fu
assolutamente indimostrata e falsa. In quel lasso di tempo nel
giornale Soviet venne pubblicato l'intervento di
Ambrosini e le sue posizioni si poterono riassumere come
d’appoggio ai consigli di fabbrica, al metodo rivoluzionario dei
soviet.
Nel periodo del biennio rosso, Ambrosini strutturò gli Arditi
Rossi col giornale L'Ardito Rosso, edito presso il fascio
giovanile socialista di Milano. Il PSI non ebbe struttura
paramilitare di autodifesa e risultava inadeguato sia a guidare
i fermenti rivoluzionari dell'epoca che a difendere le sedi e le
manifestazioni dagli attacchi squadristi. Le spinte di Bordiga e
della federazione giovanile del PSI non sortirono effetti a
livello di organismi centrali del partito per cui c'era tutta
una fioritura di formazioni di difesa proletaria che agivano in
modo scoordinato anche se, in casi puntuali, infliggevano dure
lezioni agli squadristi: gli Arditi Rossi erano una di queste.
Nel febbraio 1921 venne attaccata e distrutta dagli squadristi
la sede Il Lavoratore di Trieste, e finirono in carcere
Giuseppe Tuntar ed i compagni triestini. Nel frattempo
Ambrosini, deluso per la non forte adesione del PCI, a livello
di organismi centrali, alla strutturazione degli Arditi Rossi ed
in quanto gravato da numerosi mandati di cattura, continuò le
sue peregrinazioni. Fuggì a S. Marino. Si mise a
disposizione della neonata frazione comunista del PSI e tentò di
raggiungere D'Annunzio per prendere Fiume, ma non riuscì
nell’intento a causa dei mandati di cattura che gli impedivano
movimenti sul territorio nazionale. Si recò ripetutamente a
Vienna, città riconosciuta da tutti i servizi segreti quale
crocevia per la connessione con la rivoluzione Bolscevica ed i
suoi emissari. A Vienna la polizia indicò Ambrosini appartenente
ad un fantomatico gruppo affiliato alle ancor più fantomatiche
Bande Rosse di Pietroburgo, assieme a Nicola Bombacci.
Fra i dirigenti del PCI, Ambrosini e Nicola Bombacci fecero
parte della minoranza favorevole agli Arditi del Popolo seguendo
nettamente le indicazioni dell'Internazionale comunista. Gramsci
vedeva di buon occhio il Fronte Unito Arditi del Popolo, e aveva
cercato di incontrare Gabriele D'Annunzio quando si era reso
conto del senso in cui stava stava evolvendo l'impresa di Fiume.
I militanti comunisti, contravvenendo alle indicazioni del
partito, ma seguendo quelle dell'Internazionale divennero
numericamente il gruppo più consistente del Fronte Unito Arditi
del Popolo.
Ambrosini, fedele alla linea dell'Internazionale, pubblicò il
libretto Per la difesa e la riscossa del proletariato
italiano, in cui continuò a dissentire la linea Bordighiana
sui metodi di autodifesa proletaria e, dopo il congresso di Roma
del 1922, si dimise dal PCI.
A Vienna, all'inizio del 1923, fondò il nuovo raggruppamento dal
nome PCI Unificato non riconosciuto dal PCI. Ambrosini entrò nel
Circolo proletario Andrea Costa e nel comitato degli
esuli ma ne fu ben presto espulso. Si avvicinò a personaggi
legati al dissenso fascista, ma era ancora individuato dai
servizi polizieschi come emissario dell'Internazionale.
Alla fine del 1923 Nicola Bombacci fece un singolare discorso in
parlamento in cui si ipotizzava un'alleanza fra fascismo e
Russia sovietica mentre era presente a Vienna Attilio Tamaro
delegato del P. N. F. per vedere se c’erano condizioni per una
alleanza fra Russia, Italia e Germania; Ambrosini fu un tramite
per queste manovre.
Ambrosini, tornato in Italia nel 1924 al momento dell'omicidio
di Giacomo Matteotti, assunse posizioni contro i socialisti ed
accettò incarichi come agente provocatore da Crispo Moncada,
scrivendo contemporaneamente su l'Epoca, quotidiano di
Giuseppe Bottai, e su l'Intellettuale del fascismo legato
all'ambiente futurista ed ardito futurista.
Ambrosini era ancora fra i fondatori della rivista La Sintesi,
così titolata in riferimento ad un discorso di Mussolini del 7
giugno 1924 in cui indicava una via politica di congiungimento
fra i due grossi movimenti rivoluzionari del dopoguerra: il
fascismo ed il bolscevismo. La rivista Sintesi venne
sciolta nel 1926 ed Ambrosini fondò Movimento Impero Lavoro
e scrisse sulla rivista Lo Stato Sindacale. Svolse, nel
contempo, un lavoro di tramite fra ambienti fascisti ed addetti
all'ambasciata sovietica.
La vicenda di Ambrosini nel periodo, ed in parte anche nel
prosieguo fu, in certo qual modo, simile a quella di Nicola
Bombacci e nel fuoriuscitismo francese si intrecciò con quella
di Giuseppe Mingrino, già deputato socialista negli anni “20,
schierato nell'appoggiare gli Arditi del Popolo. Ambrosini e
Mingrino furono gli unici due autorevoli nomi, legati agli
Arditi del Popolo, che ebbero connivenze col fascismo, o peggio,
ne diverranno agenti provocatori, mentre Nicola Bombacci, dopo
varie giravolte, si riavvicinò al fascismo nel suo momento più
tragico, sperando ancora di riportarlo alle origini
rivoluzionarie. Occorre rimarcare i legami fra Bombacci e
Mussolini che perdurarono durante tutto il regime, fino ad
essere giustiziati assieme.
Ambrosini andò a Parigi nel 1926 assieme ad Alfredo Gerevini (al
soldo dei servizi riservati italiani), infiltrato nel gruppo
sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, prendendo
contatto con Giuseppe Mingrino ed insieme facendo da delatori e,
soprattutto, da agenti provocatori nell'ambiente dei
fuoriusciti.
Ambrosini, tornato in Italia, fu spedito al confino dal regime
fascista per aver fatto il doppio gioco, e vi rimase fino al
1931, quando venne liberato. Subito dopo iniziò a collaborare
con la polizia politica fascista; riprese le amicizie coi vecchi
compagni antifascisti e cominciò ad inviare informative su
questi ultimi ai servizi del regime. Detta collaborazione
continuò fino al maggio del 1943. A Roma, nel 1936, fu editore
di Lo Stato Corporativo, ma, allo scoppio della guerra,
collaborò con i fascisti dissidenti di Felice Chilanti che nel
prosieguo divenne uno dei capi della più forte compagine della
Resistenza romana Bandiera Rossa Roma.
All'inizio del 1942 venne fatta una denuncia secondo la quale un
gruppo di una settantina di fascisti di sinistra stavano
preparando un colpo di mano per eliminare i fascisti reazionari,
Ciano compreso, e alla guida di questo gruppo avrebbero dovuto
esserci Ambrosini e Felice Chilanti.
Dopo la guerra Ambrosini iniziò ad organizzare un comitato di
difesa per quelli su cui pendeva il sospetto di essere stati
spie fasciste.
Fondò Il tribuno socialista ed il Gruppo politico
indipendente Italiani di Sicilia di Africa e del Mediterraneo.
Si candidò all'Assemblea Costituente senza essere eletto,
assumendo anche la difesa di Amleto Poveromo, uno degli
assassini di Giacomo Matteotti. Nel 1958 si candidò col MSI da
cui si staccò passando alla destra democristiana.
Ambrosini si muoveva freneticamente, facendo e disfacendo,
passando da una parte all'altra, ordendo strane trame. Nel
1956 fu presidente
dell'Ente Nazionale Difesa Civile d'Italia, presidente
dell'Ente Italiano Assistenza per il Ceto Medio, Proletariato
intellettuale e Sottoproletariato, nonché direttore del
periodico La difesa dell'Italia e degli
Italiani.
Indro Montanelli ha scritto a Leo Longanesi di essere stato
sfidato a duello dall'avvocato Vittorio Ambrosini a causa di un
suo articolo sul Corriere della sera.
Il 14 dicembre 1960
Ambrosini ha scritto ad Almirante, al ministro dell'Interno
Franco Restivo e al deputato comunista Achille Stuani, dicendo
di essere a conoscenza di alcuni retroscena della strage di
Piazza Fontana, facendo il nome di Ordine Nuovo, dicendo
che gli attentatori andavano ricercati nel gruppo di dissidenti
usciti dal MSI, andati in licenza premio in Grecia. Nel luglio
1970, interrogato dai magistrati, ritrattò tutto. Ma un anno
dopo, incontrandosi con Stuani, confermò di essere al corrente
di fatti gravi.
Nel settembre 1971 Ambrosini venne ricoverato in ospedale per
sospetto infarto. Il 21 ottobre morì suicida, lanciandosi dal
settimo piano della clinica (la sua camera era però al quinto),
dopo aver lasciato un biglietto di addio, ma le circostanze
della sua morte non sono state mai chiarite e molti dubbi ancora
oggi rimangono sul suicidio. |
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Bruccoleri
Giuseppe
(15 12 1871 - 10 1 1946) primogenito di quattro figli di Domenico e
Giovanna Piazza e discendente dai coniugi Matteo Brucculeri nato intorno
al 1682 e Francesca nata intorno al 1694, presenti a Favara all'inizio
del 1700.
Appena laureatosi, per motivi professionali si trasferì in Girgenti e
nel 1908 a Roma.
Di quest’uomo geniale la tradizione, ormai sbiadita e
negligentemente trascurata, nulla o quasi nulla ci dice. Eppure
il suo nome, in molte opere di politica e di economia, nonché di
storia della Sicilia appare sovente citato, specialmente in
virtù di un’opera da lui pubblicata nel 1913 e intitolata
“Sicilia d’oggi”. Le analisi che egli faceva con acume e
profondità di giudizi e di conoscenza sopra i più interessanti
problemi dell'Isola sono state molto apprezzate e tuttora
largamente condivise.
L'avv. Bruccoleri era un democratico convinto che divideva le
sue attività tra le faccende professionali del foro ed il
giornalismo; e fu in questo suo indirizzo che ben presto venne
conosciuto come esperto di economia e di politica, di sociologia
e di psicologia. Gli equilibrati e forti articoli, pubblicati
sui giornali più diffusi, gli procurarono ben presto la stima
d’un Luzzatti, d’un Einaudi e d’un Colajanni.
Durante la sua dimora in Girgenti assolse con spirito di vera
democrazia ed alto senso di giustizia, vari incarichi, fra cui
quello di membro della Congregazione di Carità e di vice
pretore. Nel numero 13 del 26 ottobre 1913 di “La Verità”,
quindicinale che si pubblicava a Favara, il direttore
responsabile, presentando l’avvocato Bruccoleri qual candidato
alle elezioni politiche di quell’anno fece una rassegna dei
meriti intellettuali di questo favarese che, sebbene usciti in
un momento di spinta elettoralistica, non si distaccano da una
base obbiettiva costituita dalla elevata mente e dai
convincimenti democratici, in conformità dei quali il Bruccoleri
parlava, scriveva ed agiva. Si legge in quel giornale: “Pubblicò
articoli sulla riforma elettorale, sui nostri costumi politici,
sul congresso contro la delinquenza, sull’analfabetismo, con i
quali rivela profondità di studi sociologici e padronanza di
psicologia. Gridava contro la trascuratezza dei governi verso le
scottanti questioni siciliane che richiedevano interventi
improrogabili. Ognuno poi ricorda il poderoso articolo
pubblicato sul “Giornale di Sicilia” e diretto a Sua Eccellenza
Giolitti, a proposito dello scioglimento del Consiglio
provinciale”.
Bruccoleri
affrontava, con la sua imparziale critica, i metodi
politici che riguardavano soprattutto la strategia di quello che
Salvemini aveva definito “il ministro dalla mala vita”; i
brogli elettorali del tempo e quel “patto gentilone” che
il Giolitti, allo scopo di ottenere una maggioranza nelle
elezioni del 1913, contrattò con Vincenzo Gentilone. Il patto
ebbe come conseguenza l’annullamento del famoso “non expedit”
e fu come l’arrivo alla prima tappa del risveglio politico in
massa dei cattolici dopo il Risorgimento, ed insieme di una
presa di posizione nella vita pubblica italiana che arriverà
sino ai nostri giorni, apportando uno stato di corruzione e di
generale malessere a tutti noto forse non mai sofferto
dall’Italia lungo tutta la storia.
Nessun liberale conservatore fu talmente illuminato da
comprendere che i tempi erano mutati, che forze nuove premevano
per conquistare un posto dignitoso nella vita associata, e
queste nuove forze erano quelle di proletariato, sostenute e
guidate dai socialisti e verso le quali il Giolitti aveva detto:
“Nessuno si può illudere di potere impedire che le classi
popolari acquistino la loro parte d’influenza economica e di
influenza politica”.
Quando nel 1905 entrò in crisi l’industria zolfifera l’avvocato
Bruccoleri pubblicò una serie di arti sulla “Tribuna”, su
“L’Ora”e sul “Giornale di Sicilia” diretti a tutelare gli
interessi della Sicilia, compromessi dalla concorrenza
americana, in un primo tempo, e poi contro i grossi industriali
che tentavano di avvantaggiarsene; con la sua censura riuscì a
far riformare il progetto di legge.
Anche dopo il suo trasferimento a Roma la Sicilia e le sue
disastrate condizioni restarono vive nella sua mente e continuò
con la sua attività giornalistica a difendere i diritti
dell’isola. La “Tribuna”, la “Rassegna contemporanea”, la
“Rivista Popolare”, il “Giornale degli Economisti”, la “Riforma
Socialè”, costituirono i campi di battaglia dove discuteva e
criticava le questioni politiche ed economiche del tempo. Si
accostava con rara competenza sia ai problemi zolfiferi ed il
commercio dello zolfo con l’estero sia all’aumento del prezzo
del minerale cui seguiva un aumento del salario dei lavoratori
delle miniere sia, infine, ai temi dell’agricoltura della
Sicilia e fra questi quelli agrumari. Quando la Russia parve
chiudere le porte ai nostri agrumi, l’avv. Bruccoheri sul
“Giornale di Sicilia” fece uno studio completo del problema; lo
esaminò sotto tutti gli aspetti e ne additò i rimedi che vennero
riconosciuti esatti e accolti, riuscirono a porre riparo alla
grave crisi che stava per sorgere.
Ecco il giudizio che Napoleone Colajanni diede del libro
“Sicilia d’oggi” del Bruccoleri: “Il libro del Bruccoleri
dopo tante pubblicazioni sulla Sicilia riesce soprattutto utile
come sintesi e critica delle pubblicazioni precedenti, per lo
spirito pratico cui è improntato, per la conoscenza precisa
delle varie quistioni economiche dell’isola; specialmente di
quella zolfifera ed agrumaria, e delle cooperazioni trattate
sistematicamente e con vera competenza e imparzialità, per la
intenzione tradotta in atto di tenersi lontano dalla retorica
intesa soltanto a lusingare le masse ed a procurare popolarità.
E di questo sano e lodevole proposito ne avrà prova chi leggerà
ad esempio i capitoli consacrati al latifondo, alla
cooperazione, ed alle affittanze collettive; nelle quali
l’autore, di sentimenti democratici, facilmente avrebbe potuto
lasciarsi trascinare, se non possedesse la preziosa facoltà di
inibizione, a condannare o ad esaltare con offesa alla realtà ed
alla verità e sono davvero interessanti le pagine nelle quali
vengono sistematicamente esposti i rapporti e le ripercussioni
della cattiva divisione della proprietà fondiaria sulla vita
politica ed amministrativa dell’isola”.
Siamo convinti di non esagerare se riteniamo che l’elettorato
favarese perdette una felicissima occasione per non aver mandato
al parlamento questo battagliero e grande intellettuale, della
cui opera si sarebbero giovate non solo Favara e la provincia di
Girgenti, ma anche l’intera Sicilia, poiché la sua competenza la
sua sincerità, soprattutto, nel servire la causa della giustizia
e dell’equità, erano doti connaturate con sua la persona morale.
Il
Bruccoleri, forse per effetto di concorso, ricoprì il ruolo di
primo segretario della Società delle Nazioni con sede a Ginevra.
La
residenza di famiglia dell'avv. Giuseppe Bruccoleri fu il
palazzo situato all'angolo fra la piazza Mazzini e la via
Margherita, utilizzato dopo la vendita al Comune, dapprima come
Municipio, poi come scuola, successivamente come pretura ed
infine come ufficio tecnico comunale.
Testo tratto da: Salvatore Bosco, Il Proletariato
a Favara - lotte, scioperi ed altre manifestazioni
dal 1890 al 1960, Ediz. Sicilia Punto L, Ragusa. |
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Cafisi
Stefano
fu senza dubbio il componente più importante dell’unico ceppo dei Cafisi
(estinto ormai da oltre 30 anni), per avere determinato l'arricchimento
della sua e delle successive generazioni.
stefano
Cafisi nacque a Favara il 20 dicembre 1773 dal medico Salvatore
e donna Isabella Franco.
all’inizio dell’800 fu segreto dello Stato di
Favara, amministratore delle zolfare di pertinenza del duca di Terranova e
marchese dello Stato di Favara d. Diego Pignatelli, commissario generale
degli Stati di detto duca.
Sposatosi il 16 agosto
1817 con Giuseppa Lombardo di Calogero e Giuseppa Giudice, lui
quarantaquattrenne, lei quindicenne, abitarono nello stesso palazzo in cui
dimorò il nonno notar Grazio.
Divenne procuratore dei
beni ricadenti nel territorio comunale in potere del marchese di Favara Giuseppe
Pignatelli Aragona, duca di Terranova, in conformità alla procura data in
Palermo nel 1825, con la quale ebbe facoltà di poter autorizzare atti
recognitori e sciogliere dalla solida obbligazione le persone, intervenendo come
gabelloto dello Stato di Favara.
Dopo quattro anni dalla
procura arrivò la svolta decisiva per la vita sociale ed economica di Stefano.
A partire dal 1812, anno
delle regie confische, i feudi inalienabili che prima erano assegnati ai signori
blasonati divennero alienabili e in tale occasione Stefano venne nominato
amministratore delle regie confische come pro-segreto dell'amministrazione della
vendita pubblica. Fu così che il 16 aprile 1829 il duca di Terranova vendette a
Stefano tutti i censi dello stato di Favara compreso alcuni immobili come il
castello chiaramontano con l'annesso ed attivo carcere civile, criminale e delle
donne.
Il Cafisi fu così
l'ultimo arrendatario dello Stato di Favara. Nonostante la misura delle
proprie ricchezze, di gran lunga superiore a quella di altre famiglie nobili e
che secondo una stima approssimata ammontava a 128.000 onze (n un periodo in cui
il bilancio medio annuale del Comune di Favara era di circa 3000 onze), non
ottenne però alcun titolo nobiliare. Si fregiò, comunque, del modesto
appellativo di barone, che riportò in quasi tutti gli atti pubblici e nelle
scritture private.
Giunto alle soglie dei 60 anni a Stefano cominciarono a venir
meno le forze fisiche e fu così che nel giorno di martedì 7 maggio 1833 alle ore
18, in presenza del notaio e diversi testimoni, infermo di corpo, ma sano di
mente, incapace di vergar la penna per il tremore che la malattia gli aveva
prodotto, coricato nella camera dell'arcova del suo palazzo, il cui
balcone tutt'ora si affaccia sulla piazza Cavour, dettò il suo lungo testamento,
esprimendo la propria volontà sulla tumulazione del proprio corpo nella
gentilizia di famiglia all'interno della preesistente madrice di Favara
Stefano Cafisi è morto il 9 maggio
1833. |
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 Giudice
Gesuela è nata il 21 novembre 1853 da Gaspare e Giuseppa Miccichè.
“La Signorina” com’era da tutti chiamata, faceva parte di un illustre
casato, tra i più ricchi di Favara. Viveva sola in poche stanze del
secondo piano del sontuoso palazzo ereditario in usufrutto del padre
Gaspare, sito in via Pirandello.
Donna Gesuela era distaccata da ogni bene terreno e
viveva nella sofferenza, portando con se, sin dalla nascita una cronica
infermità che le rendeva difficile e penoso il cammino. Nascondeva con
francescana letizia il suo male, custodendolo come prezioso tesoro in piena
uniformità al volere di Dio. Militò con perfetta letizia nel 3° Ordine di S.
Francesco e le poche cartelle di rendita che possedeva venivano bruciate dal
fuoco della carità senza che essa se ne rendeva conto.
Anima purissima edificava e confortava con la parola e con l'esempio di una vita
tutta candore e tutta zelo.
Assieme ai fratelli Giovanni e Giuseppe elargì
ingenti somme per la costruzione della nuova chiesa madre (quella attuale). La
cupola, non prevista nel progetto originario, è stata un desiderio di donna
Gesuela, così come l’organo (ancora esistente, recentemente restaurato) pare sia
stata una sua silenziosa donazione.
In piena proprietà donna Gesuela aveva il giardino
di S. Calogero che voleva donare ai padri salesiani, ma il pio desiderio non
venne mai accolto dalla Congregazione dei figli di don Bosco per mancanza di
personale.
Gesuela amò i giovani e fece di tutto perchè
sorgesse in Favara un oratorio festivo, per questo
fu ben lieta di donare parte di detto giardino per la costruzione dell’oratorio
“mons. Giudice”, del quale oggi non esiste più traccia.
In mezzo alle ricchezze fu modello di povertà francescana e meritò il nome
di «madre dei poveri». Zelantissima del culto divino profuse tesori per le
chiese. Devotissima di Maria Santissima Ausiliatrice curò la celebrazione
del 24 del mese e volle le immagini alla chiesa madre ed al collegio di
Maria che amò come la pupilla degli occhi.
Morì col desiderio di avere i Salesiani a dirigere le sue opere predilette,
lasciando preziosa memoria di elette virtù.
Alla sua morte, avvenuta il 28 agosto 1934,
ad 81 anni di età,
dal suo esile corpo religiosamente composto nella maestà della morte, si
sparse un profondo profumo. Le persone presenti, fra cui Giuseppa Mendola, in un
primo momento rimasero sbigottite e disorientate, ma poi si accorsero, vivamente
commosse, che quello era il segno della santità
Dai ricordi personali scritti da Gaetano Miccichè (di Stefano e
Giuseppa Mendola) consegnatimi dalla gent.ma figlia signora
Graziella spos. Fanara.
Sopra un ritratto di
Gesuela infante e una foto di Gesuela assieme alla madre
Giuseppa Miccichè, al fratello comm.re Giovanni e al padre dott.
Gaspare.
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 Girgenti
Antonio
è nato l'11 luglio 1908. Personaggio abbastanza conosciuto nell'ambiente
favarese negli anni "60 dello scorso secolo.
La popolazione lo chiamava
Fran dò e giornalmente lo si incontrava per le strade durante le sue
questue.
Col solito asinello scendeva dal convento dei frati minori francescani sulla
collinetta S. Francesco, vestito con saio da frate, ma in realtà non fu mai
frate.
Fran dò
è morto il 6 marzo 1979. La famiglia volle ricordarlo con la scritta incisa
nella lapide funeraria: Fran Antonio Girgenti. |
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 Guarino
Gaetano
è nato a Favara il 16 gennaio 1902 da Salvatore e Lucia Magro (riconosciuta
come figlia propria da Stefano Dulcetta). La famiglia è stata innestata in
Favara da Gaetano senior (nonno di detto Gaetano) sposato con Rosa
Vasco e figlio, a sua volta, di Salvatore e Maria Scrima del quartiere di S.
Cita a Palermo.
Gaetano studiò in Palermo e dopo la maturità classica, nel 1928,
conseguì la laurea in farmacia. Negli anni universitari cominciò a
scrivere articoli per l’Avanti.
Dal 1928 al 1930 lavorò come tirocinante a Burgio, dove conobbe la sua
futura moglie.
Negli anni “30 tornò a Favara dove acquistò una farmacia esercitandone
la professione.
Nel 1943, dopo lo sbarco in Sicilia degli americani, si iscrisse al
Partito Socialista Italiano e divenne segretario comunale del PSI a
Favara. Venne nominato sindaco di Favara su proposta del prefetto di
Agrigento il 2 ottobre 1944
ma si dimise dall'incarico il 15 settembre del 1945.
Guarino lottò contro i grandi proprietari terrieri che sfruttavano la
locale manodopera.
Il 10 marzo 1946 si svolsero le elezioni comunali a Favara e Guarino,
sostenuto oltre che dai socialisti anche dal partito Comunista Italiano
e dal partito d'Azione, vinse le consultazioni con il 59% dei voti e fu
eletto sindaco.
Dopo appena 65 giorni di sindacatura fu ucciso con un colpo di pistola
alla testa. I responsabili del suo omicidio non furono mai arrestati. La
vedova di Guarino ed il figlio andarono a vivere a Parigi.
Foto tratta dal libro di Calogero Castronovo: Favara - L'assassinio di
Gaetano Guarino, ediz. Compostampa, 2005. |
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Vincenzo
Indelicatoè nato a Favara il
7 febbraio 1843 dall'unione del muratore Carmelo e di Maria Cibella. Nel
1875 sposò Rosaria Termini, da cui ha avuto otto figli, di cui due morti
prematuramente. Ha lavorato come pittore adornista, dipingendo a
Favara alcune delle volte di edifici signorili, fra cui: il Palazzo
Miccichè, il palazzo di
Gaspare Giudice, la villa Piana (soffitti non più
esistenti) e il secondo piano del palazzo di piazza Cavour (ora Palazzo di
Città) nel 1886-1887, del barone Antonio Mendola. Mentre dipingeva nel
Palazzo Mendola, conobbe il pittore
Giuseppe
Falchetti da Caluso (TO), il quale convinse l'Indelicato ad andare con
lui a Torino. In questa città non fece la fortuna tanto agognata e la
famiglia, in Favara, cominciò a provare la fame.
Tornato da Torino, il pittore adornista Vincenzo Agrò, l’antico
pittore di casa Mendola, indusse l'Indelicato a fare una visita
al barone Antonio Mendola, che, durante il triste periodo
torinese, in maniera molto riservata aveva aiutato la famiglia
in difficoltà.
Vincenzo Indelicato ha fatto un piccolo schizzo della facciata
della chiesa dell'orfanotrofio, compreso cinque cartoni degli
intagli.
Nel 1896 il barone ha pattuito col pittore Gregorietti di
Palermo la pittura della volta della biblioteca (sulla collina
S. Francesco), per tramite il
cognato cav. Stefano Cafisi. Baldassare Airò, impiegato di casa
Mendola, sentendo ciò, si è fatto avanti e lo ha scongiurato di fare
lavorare suo cugino Vincenzo Indelicato. Il barone strappò
villanamente il contratto col Gregorietti e si rivolse
all’Indelicato, il quale promise di venire in agosto, invece lo
piantò e se ne andò in Ravanusa dal barone Sillitti.
Intorno al 1895-1896, col figlio maggiore Carmelo, si è recato a
Buenos Aires dove incontrò la primavera sul Rio della Plata e dove ci
passò l’estate. Dopo due estati consecutive, una in Europa
ed una in America, fece ritorno, ma, benché valente artista,
tornò povero, nudo e affamato.
Dopo avere lucrato poche migliaia di lire, è ripartito per Firenze
per le sue solite eccentricità o manie di cambiare
paese; poi è andato a Tunisi, avendogli il Comune o gli artisti, o
altri, apprestato il viaggio. Fece ritorno a Firenze, ma,
ridottosi al verde, tramite l'ingegnere minerario governativo di
quella città, si rivolse al barone Mendola, il quale gli ha
inviato
500 lire, ma questa volta, con le garanzie del caso, col
regolare la questione dopo la sua venuta in Favara, combinando
alcuni lavori.
Saputo del ritorno dell'Indelicato a Favara all'inizio di
ottobre 1897, il barone ha fatto apprestare un lauto pranzo con
pasta al ragù di vaccina e costolette di castrato alla milanese.
Si chiedeva il barone Mendola: "Come può un pittore ornatista
vivere e mantenere la famiglia numerosa di otto persone con
lavoro ad intermittenza, in paesi dove si spende poco nelle
decorazioni degli appartamenti? Sono problemi molto gravi,
rattristanti ed affliggenti. Indelicato avrebbe dovuto
utilizzare col lavoro tutto il suo tempo, dipingendo quadretti,
piatti, tamburelli, specchi, per venderli man mano".
Per estinguere il debito delle 500 lire il barone ha incaricato il
pittore Indelicato di effettuare alcuni lavori. Fra questi la
pittura della volta del piccolo museo, annesso alla biblioteca
sulla collina S. Francesco (l'edificio oggi è utilizzato a
scuola materna e non vi è più treccia dei dipinti perché i solai
sono stati ricostruiti). Il barone ha pregato l'Indelicato di fare un
lavoro che contasse, tutto compreso, lire 200. Delle dette 200
lire ne avrebbe pagato 100 e le altre 100 da detrarre dalle lire
500 di debito. Il 6 ottobre Indelicato ha fatto erigere il ponte per
dipingere la volta del museo; il 12 ottobre ha mostrato al barone lo
schizzo. Il barone ha detto che c'era troppa roba, che
sorpassava le 200 lire e che da un padre di sei figli non
esigeva tutto questo e, se cose avesse voluto fare in più,
sarebbe stato meglio riservarle per la volta della biblioteca.
Indelicato ha risposto: “Mi lasci fare!”
Il 17 novembre Indelicato ha finito di dipingere la volta che, a
parere del barone, è riuscita splendida. Il 7 dicembre si è dato
mano alle pitture degli scaffali del museo in ebano, alternato
di parti lucide e opache, con qualche tocco d’oro e di bronzo.
Ha dipinto e ridipinto molte volte le portiere come nel suo
antico costume di continui tentativi e pentimenti.
Indelicato ha iniziato la pittura della volta del museo l’8 ottobre
ed ha terminato il 17 novembre, impiegando 40 giorni. La stanza,
compresi i complimenti, è stata pagata 250 lire invece di lire
200.
La Pittura degli scaffali fu iniziata il 19 novembre e
terminata, inclusa la verniciatura e doratura, il 6 dicembre; in
totale 15 giorni lavorativi, per un costo di lire 5 al giorno e
2 lire al figlio, per un totale di 105 lire.
Il 9 dicembre si è cucita la tela iuta per inchiodarla al
soffitto della biblioteca, in modo tale da apparecchiarla e
ingessarla con colla. Vincenzo Indelicato, nel frattempo ha
schizzato il quadrone e l’ornato, per fare i cartoni e gli
spolveri. Come fece per il museo, il barone ha dato facoltà al
pittore Indelicato di dipingere la volta della biblioteca per
lire 300, da pagarne 150 lire e le altre 150 sul debito della
cambiale di lire 500. Il questo disegno il barone ha previsto di
fare un quadrone rappresentante la scienza in figura di donna
con la fiaccola di tutte le scienze: le lettere, le arti ed
industrie umane, ornati a piacere.
Tra la fine del 1898 e gli inizi del 1899 Vincenzo Indelicato
ha disegnato il
pulpito della nuova chiesa madre di Favara e, l'anno
successivo, venne realizzato dal mastro falegname Antonio Amico
ed il figlio Giuseppe. Dopo i lavori detto disegno è stato portato
nella biblioteca del barone Mendola.
Vincenzo Indelicato, come ha scritto il barone Mendola nei suoi
diari: " ... era uomo di pessimo carattere e adoperava
continuamente la sua linguaccia infernale; era superbo,
ambizioso, si procacciava la propria rovina per troppo agognare;
era senza cuore, ateo e senza fede, ingrato, bestemmiatore e
sempre col veleno dell’invidia e della scontentezza del proprio
stato. Carico di numerosa famiglia, sfiduciato di Dio e di
tutti, tirava la vita disperata ed in strettezze; malediceva
tutto e restava maledetto e distrutto lui stesso".
Vincenzo Indelicato si è ridotto poverissimo, afflitto,
abbattuto, macilento nel corpo e nell’anima anche per un male
inguaribile che da tempo erodeva la povera moglie. Si è ridotto
da adornista a tingitore e nella casa Fanara ha tinto gli usci e
i balconi ed ogni altra imposta.
Il 23 marzo 1905 è morta la moglie Rosaria Termini.
Successivamenti è partito per Napoli, per stare con le due figlie femmine divenute suore o figlie della Carità.
Dei figli di Vincenzo Indelicato, a Favara è rimasto solo
Carmelo che ha sposato Maria Pirrera.
Per Natale 1906 Vincenzo Indelicato è andato in casa del barone
Mendola; era disperato, al verde di lavoro! Si era sbarazzato
di buona parte dei figli ed oramai si trovava solo in casa con due fanciulli, bisognosi di servizio come lui
e, forse, più di
lui. La necessità del denaro lo turbava, lo rendeva
infelice e lo riduceva alla disperazione. Voleva vendere al
barone un’opera tedesca, di ornamenti pittoreschi, cosa a lui
carissima: segno che era arrivato all’apice della miseria. Gli
ha detto che aveva già venduto tutto, mobili, arredi,
biancheria. L’opera l'avrebbe ceduta a qualsiasi prezzo. Il
barone rispose che non era l’uomo di profittare della
ristrettezza altrui per pagare l’opera a stile usuraio, che l’opera era
inutile per lui e che la biblioteca, non è stata accettata dal
Comune, che libri ne possedeva di troppo e di nuovi non sapeva
che farsene. La vera ragione era che non voleva affatto avere da
fare con lui perché da sempre era stato cagione di dispiaceri e
amarezze per il barone.
Nell'ultimo periodo della sua vita Vincenzo Indelicato si è
trasferito a Genova, in casa del figlio Lidio, dove è morto. |
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Internicola Michele (di Pietro)
- Della nascita di questo personaggio nulla conosciamo. Sappiamo
con certezza che era figlio di Pietro e, con molta probabilità, Anna Ciulla.
Non si esclude la nascita da una unione illegittima.
Come ci rivela il barone Antonio Mendola nei suoi diari intimi,
per necessità di avverso fato, perché stretto dalla miseria,
Pietro dovette affidare ad altra famiglia il proprio figliolo
Michelino.
Michelino Internicola alla fine del 1800 era sottotimoniere
nella real nave Governado in Venezia, con la quale solcava i
mari di tutto il mondo. Dai vari paesi dove si fermava mandava
oggetti al barone Mendola per il suo museo e questo gli forniva
il denaro bisognevole.
Nel 1899 ottenne la promozione a secondo capo timoniere. I primi
di agosto 1899 partì per il Benadir (Somalia). Nel mese di
settembre era ad Aden, in Arabia.
"Povero Michelino! - scriveva il barone - Ha un bel
cuore, sente nostalgia; giovanissimo, abbandonato dal padre
naturale Pietrino Internicola, vive in mare, lontano dai suoi
patrii lidi, vive infelice e sente tutto il peso della propria
infelicità. ... Considero i suoi patimenti d’esilio, tra
gente barbara, le inclemenze del mare e del clima e, quel che è
più, il deserto dell’anima sua, l’aridità del suo povero cuore,
privo degli amici, dei paesani e degli intimi affetti di
famiglia".
Parte del materiale del museo del barone Mendola (oggi di
proprietà del Comune di Favara) è stato mandato da Michele
Internicola dalle varie parti del mondo. Nel 1901, da Venezia,
gli ha mandato delle belle conchiglie provenienti dal mar Rosso
e cose procacciate in Africa come le ganasce di un pescecane e
un arco completo con cinque frecce, di cui solo una munita di
ferro, le altre senza lancia. C’erano anche armi, lance,
pugnali, ornamenti di donne selvagge, collane e goliere di ossa
ed altro, orecchini, anelli, braccialetti, uno scudo, scarpe e
foglie secche.
Quelle rare volte che Michele Internicola tornava a Favara non
perdeva occasione di andare a trovare il suo stimato barone.
L'affetto che il barone nutriva per Michelino era tale che un
bel momento cominciò a carezzare l'idea di dargli in sposa una
sua protetta: Peppina Menotti, una trovatella (o, cosa molto
probabile, una sua figlia illegittima). Detta idea però fallì,
perché Peppina, allora rinchiusa nel collegio
nell’istituto femminile Principe delle figlie della Carità in
Aragona, in una conversazione privata col barone
manifestò la propria volontà di voler abbracciare la fede.
Dalle lettere che Michelino inviava al barone dalle varie parti
del mondo: da Trinidad alle Antille, da Buenos Aires all’America
del sud, dalla Cina al Giappone, esprimeva una sofferenza
interiore e una palese noia. Il barone cercava di rincuorarlo;
gli diceva di pensare al rimpatrio e che in mezzo ai patimenti e
alla solitudine in fondo vedeva un mondo nuovo, anzi tutto il
mondo.
Nel 1904 Michelino inviava al barone una cassetta dal
Giappone con due piccoli vasi in porcellana, egregiamente
miniati con figure di drago. Gli raccontava dei suoi viaggi di
circumnavigazione, uscendo dallo stretto di Gibilterra fino a
New York e poi per il golfo del Messico fino alle Antille.
Costeggiando l’America Meridionale, passava per lo stretto di
Magellano, in Patagonia, inoltrandosi nel Pacifico, nel paradiso
delle isolette oceaniche della Polinesia e Micronesia, fino al
Giappone; da lì, per il mar Giallo, in Cina e in Corea. Poi
dall’Indostan alla Sumatra, da Ceylon alle coste dell’Australia,
per il mar Rosso e per il canale di Suez, fino al rientro per il
mediterraneo. Aveva sempre cose nuove da raccontare su cose,
piante, animali, paesi, costumi, razze e uomini diversi.
Un giorno ha portato al barone una scatola con ruderi,
frammenti, cocci di stoviglie e lapilli vomitati dal vulcano La
Pilée, che in un momento cadaverizzò la bella cittadina di S.
Pierre nella Martinica. Gli ha dato anche un quaderno sulle
reminiscenze di alcuni dei suoi viaggi fino al Giappone e alla
Cina e una relazione scritta nel maggio 1902 sull’isola della
Martinica, dopo il terribile disastro del vulcano La Pilée.
Durante un periodo di permanenza a Favara, Michelino aveva
espresso il desiderio di porre fine ai suoi viaggi e stabilirsi
definitivamente nel suo paese natio con un lavoro dignitoso. Per
la verità Michelino nutriva speranze di un lauto aiuto economico
o un lavoro da parte del barone.
Il barone aveva promesso qualche aiuto, ma non gli aveva mai
promesso doni di migliaia di lire. Col tempo sfumava
questa speranza e Michelino cominciava a guardare il barone come
un mancatore. In prossimità di un nuovo viaggio di
circumnavigazione il barone augurava buone cose a Michelino,
parlandogli del lato bello di questi viaggi. Michelino mostrava
indignazione.
Per un anno non si sono più scritti e visti con Michelino. Solo
il 13 dicembre 1905 giunse al barone una cartolina illustrata
del 30 novembre, da Juva.
Il 31 gennaio 1906 il barone rispondeva: “Carissimo amico
... non so se più ci rivedremo. Voi certo state bene
nonostante l’esilio e il disagio degli oceani. Vi auguro sempre
salute, forza ed ottimo avvenire. Spesso ho pensato e penso a
voi ed altri pochi amici, che mi restano e mi conforto. Quasi
tutti i miei vecchi amici coetanei sono partiti per l’eternità e
non mi resta che la speranza di rivederli tra non molto in un
mondo migliore. Addio mio buonissimo amico; non so se anche
questo è l’ultimo addio. Io comprendo le vostre sofferenze
morali e materiali, così lontano dalla patria; ma almeno vedete
tutto il nostro mondo, cosa concessa a pochissimi.”
Successivamente altre lettere Michelino ha scritto da Manila;
poi ha inviato un suo ritratto fotografico fatto in Cina, una
relazione dalla Birmania, dove descriveva Banghok come città
delle acque, dei canali, dei fiumi, come città incantata, un
giardino, una ricchezza di fiori, di piante, di gemme, di ori
straordinari. Descriveva la sontuosità dei templi di Budda, dei
palazzi del re, dei suoi elefanti bianchi e dei tram elettrici.
Altra lettera ha mandato da Aden e due cartoline illustrate
dalla Somalia. Ha scritto da Colombo, descrivendo la città come
una delle più ricche e belle di Ceylon. Ha mandato un ragguaglio
della vasta e magnifica Bombay. Gli parlava di cimiteri, di
crematori e di torri, sulle quali si esponevano i cadaveri per
darli in pasto agli uccelli.
In una lettera confidava al barone di essersi ufficialmente
spiegato per le nozze con una signorina, ma sul bello delle
speranze, cadde il sogno.
Dopo due anni di circumnavigazione sulla real nave Calabria, il
27 febbraio 1907, quando meno me se lo aspettava, il barone
veniva visitato da Michelino Internicola.
Nella prima metà del mese di ottobre 1907, durante i soliti
viaggi, Michelino scriveva due lettere, in cui diceva di essere
passato dalla real nave Calabria, in qualità di capo timoniere
nella torpediniera n. 95 e da questa a Commissario Ufficiale di
seconda classe e che verso
la fine del mese sarebbe passato all’amministrazione dello Stato
in qualità di ufficiale di ordine di terza classe,
nell’Intendenza di Finanza e così lasciare definitivamente la
marina.
Dopo queste lettere nulla si è più saputo di Michelino. Il
barone è spirato dopo tre mesi. |
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Internicola Michele (di Antonino)
nacque a Favara il 26 1 1880
da Antonino e Maria Grillo. Quando Michelino aveva 22 anni correvano
chiacchiere maldicenti sul conto di Assuntina Vita figlia del medico
Calogero Vita e di Margherita Giglia sorella del sindaco Angelo Giglia. La
ragazza, assai vispa, la sera del 3 dicembre 1901 è scappata di casa e si è
rifugiata in una vicina, da dove ha fatto chiamare Michelino per mandare ad
effetto la fuitina. La vicina invece di avvisare Michelino riferì
l'accaduto al dottor Vita, creando un parapiglia. Antonio Vita, zio
della ragazza, aiutato dallo spirito di vino che massimo la sera
soleva tenere in corpo, fece un tale chiasso da rendere manifesto lo
scandalo. Donna Margherita Giglia andò a riprendere Assuntina per riportarla
in casa e lì per lì voleva far di mano, ma gli fu impedito. Appena rientrata
in casa, per tutta la notte diede una solenne lezione ad Assuntina e le
voci, i pianti, i singhiozzi si protrassero sino al mattino. C’era un’altra
voce in giro per Favara, cioè che la sera del 3 dicembre, alla chiamata
della vicina di casa, andarono i due Internicola, il padre Antonino ed il
figlio Michelino. Chiamarono testimoni e poi invitarono Margherita Giglia a
venire a riprendersi la figlia Assuntina. Non si capisce se c'era o no
intesa tra l'Assuntina e gli Internicola, il fatto certo era che
Internicola, con o senza premeditazione, ha menato gran clamore intorno al
fatto, e ciò ha nuociuto alla famiglia Vita, ha creato una specie di
costrizione morale, quasi che il matrimonio fra Michelino e Assuntina si
fosse reso obbligatorio. A seguito di quanto accaduto il dottor Calogero
Vita ha ricevuto Michelino coi suoi più stretti parenti, lo ha presentato
alla figlia, facendo ricevere alla stessa, dal futuro sposo, un costoso
anello con diamanti. Nel contempo pare che Calogero Vita fosse deciso ad
allontanare Assuntina da Michelino e di portarla a Napoli per rinchiuderla
in collegio. Cose strane! Se il matrimonio si era concluso, perché
allontanare la figlia, dividerla dal suo promesso? Fenomeni umani che non si
spiegano.
Nel 1902 Michelino Internicola si è laureato avvocato nella
regia università di Palermo ed ha rinunciato all'impiego del
marchese Cafisi per esercitare liberamente la professione in
Favara. Alla fine di dicembre 1902 il dr. Calogero Vita è andato
a Napoli a riprendere Assuntina per fidanzarla e sposarla con
l'Internicola.
La
sera del 6 gennaio 1903 Antonino Internicola, padre di Michele,
pieno di gioia è andato a leggere al barone Mendola un
telegramma arrivatogli da Roma, nel quale si diceva vinto il
concorso per il posto di segretario di prefettura del figlio
Michelino. La futura suocera di Michelino era inferocita,
avversa al matrimonio e il figlio suo, Gaetanino Vita, non ne
perdeva pelo. Benché giovinetto, da collegio, conservava e
dimostrava l'odio ispiratogli dalla madre. Gaetanino teneva il
broncio, non ha voluto stringere la mano o volgere una parola
benevola al novello cognato. Assuntina era contrariata,
bistrattata, bastonata e vilipesa tutti i giorni.
La
sera del 7 febbraio, alle ore 5,30 Michelino e Assuntina si sono
sposati con gran corteo di civili e con gran codazzo di popolo,
col favore della bella giornata ed il clamore dei precedenti
fatti amorosi.
Vi
era una contraddizione. La famiglia Vita e il sindaco Giglia
ostili. Quest'ultimo mandò un piccolo dono di 12 cucchiai
d'argento dorato in scatola ed un biglietto, scusandosi di non
poter fare visita e intervenire alle nozze per il lutto che gli
permise di festeggiare la sua ottenuta commenda. Intanto un gran
concorso, un'affluenza straordinaria di doni agli sposi, insomma
un mare di contraddizioni in famiglia. L'avv. Vullo con la
moglie venuti apposta da Girgenti, nonostante il lutto di suo
padre.
Il
piccolo Gaetano Vita, nuovo cognato, guardava in cagnesco
l'Internicola. Cose assai curiose. Alla fine di febbraio i due
sposini partirono per Bivona, giusto l'avviso arrivato con
telegramma da Roma, per il posto di sottosegretario di
sottoprefettura in quel gelido paese.
Le
cose in futuro non andarono per il verso giusto, anzi, si arrivò
anche alle armi. Il 16 dicembre 1926 Michelino ha ricevuto la
nomina di primo prefetto della Provincia di Terni ed è rimasto
in carica fino al 16 settembre 1927. Successivamente, come
commissario prefettizio amministrò l’ospedale pediatrico
napoletano, la cui struttura
operava in sedi variamente disseminate sul
territorio cittadino, sia nel settore pediatrico che in quello
della prevenzione della tubercolosi. |
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Marrone
Calogero
è nato a Favara l'8 maggio 1889 da Salvatore e Filippa Paci. Il
21 dicembre 1911 è stato iniziato, col grado di apprendista, nella
loggia massonica Giuseppe Petroni di Favara dove, il 24 novembre 1921 è
stato elevato a compagno d'arte e maestro.
Nel 1919 ha sposato la parente Giuseppa Marrone di Domenico e
Brigida Pirrera, da cui sono nati Filippina nel 1921, Salvatore nel
1923, Brigida nel 1925 e Domenico nel 1928.
Dopo essere stato impiegato al Comune di Favara, Marrone vinse un
concorso nel Comune di Varese, dove si trasferì con la famiglia nel 1931.
La carriera a Varese è stata rapida: applicato di prima classe nel '31
all'ufficio elettorale, certificati e passaporti di Varese; dal '34 dirigente
l'ufficio anagrafe; dal '37 capo dello stesso reparto con dodici impiegati.
"Ottimo funzionario - si leggeva nel rapporto municipale del 9 febbraio 1942 -
sia per doti intellettuali che per attività pratica, qualità direttive ed
organizzative". Un funzionario esemplare, punto di riferimento per migliaia di
cittadini, dall'8 settembre 1943 pedina fondamentale dell'antifascismo varesino
che fra ostacoli di ogni genere, diversità di vedute, scarsità di determinazione
e di mezzi, aveva cominciato ad abbozzare una strategia organizzativa.
Varese,
città di frontiera, subito dopo l'armistizio e le prime stragi
naziste sul lago Maggiore, era stata presa d'assalto da migliaia
di fuggiaschi, soprattutto ebrei, giunti da ogni parte d'Italia
ma anche da giovani di leva che avevano guardato alla vicina
Svizzera come alla terra promessa.
Calogero Marrone,
profondamente convinto del dovere di ogni italiano di combattere i nazifascisti
con ogni mezzo ed in ogni circostanza, aveva trasformato il suo piccolo ufficio
in una specie di campo di battaglia. Al posto della penna e il calamaio, i
timbri, le cartelle anagrafiche.
Il 31 dicembre del '43,
dopo oltre tre mesi e mezzo dall'inizio della sua attività benemerita, il lavoro
di Marrone s'interruppe per una delazione, partita quasi certamente dal
municipio, forse addirittura dal suo ufficio. Si disse, nell'immediatezza del
fatto, che il responsabile potesse essere stato un impiegato dell'anagrafe. Voci
sfumate, mai riscontrate. Accusato di fornire carte d'identità falsificate ad
ebrei e antifascisti che avevano potuto così sfuggire alla ferocia nazifascista.
Una lunga, penosa detenzione in tre carceri, poi l'orrore del campo di
sterminio.
La tragedia è maturata il
4 gennaio1944 quando, nel tardo pomeriggio, nell'appartamento di Calogero
Marrone si è precipitato don Luigi Locatelli, canonico della basilica di san
Vittore, in stretto contatto con il comitato di Liberazione Nazionale, per
informarlo che i tedeschi erano alle porte e che l'arresto sarebbe stato
imminente. Bisognava fuggire senza perdere tempo.
Calogero Marrone
all'imbrunire del 7 gennaio1944 venne arrestato da due ufficiali delle SS, sulla
base di un ordine del comando germanico di Varese che non lasciava dubbi:
collaborazionismo con la Resistenza, favoreggiamento nella fuga degli ebrei,
violazione dei doveri d'ufficio, intelligenza con i CLN. Accuse da fucilazione.
Da quel 7 gennaio 1944
Calogero Marrone, "Giusto tra i giusti", come appare scolpito nel marmo bianco
di una targa posta davanti all'ufficio anagrafe di Varese, il 1 ottobre 1994,
dalla comunità ebraica per l'impegno personale dell'avvocato Giorgio Cavalieri,
dall'ANPI e del Comune di Varese, passò sotto il solo controllo della
giurisdizione tedesca, malgrado fosse stato recluso in una cella del carcere
giudiziario dei Miogni, prigioniero dei nazisti sino alla morte avvenuta nella
metà di febbraio 1945 nel campo di Dachau.
Testo in parte tratto
da "Vivere Varese", di Franco Giannantoni, luglio 2000.
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Mendola
Antonio
- La provenienza e la progenie del barone Antonio Mendola di Favara è
stata ampiamente trattata e documentata nel libro riportato in fondo
alla presente biografia. Il primo dato archivistico sulla provenienza da
Racalmuto ci viene dato dall’atto di matrimonio del 1696 fra Giovanni
(trisavolo del barone Antonio) e Monaca Terranova.
La nobiltà in casa Mendola non è arrivata per gesta cavalleresche o per
servigi prestati al sovrano, ma per contingenze legate principalmente
all’attività di ecclesiastici, in un momento storico in fermento, in cui
molti diritti e privilegi feudali erano giunti all’ultimo stadio
degenerativo. La nobiltà in casa Mendola è arrivata nel 1812 grazie al sac.
Gaetano che ha acquistato il feudo Fontana degli Angeli con relativo titolo.
Ma a prendere formale investitura del feudo è stato Andrea (nonno di
Antonio) al posto del fratello sacerdote Gaetano che, per evidenti ragioni
ecclesiastiche non poteva assumere.
Il barone Antonio Mendola è nato in Favara nella mezzanotte del 16 dicembre
1828 dal barone Giuseppe e Angela Licata (zia di Biagio Licata principe di
Baucina). Da ragazzo ha studiato al convitto real Ferdinando di Palermo. Studiò legge
all’Università di Palermo, ma trovatosi in un pelago di liti per questioni
di eredità, prese in odio i codici, gli avvocati e il foro, ai quali diede
un assoluto addio. Si ritrasse solitario a studiare le leggi non
degli uomini ma della natura, e si dedicò all’agricoltura.
Predilesse lo studio delle viti, versandosi nelle sue branche principali:
l’ampelografia, la viticoltura e l’enologia.
Intese e propugnò la necessità scientifica di unificare queste tre branche,
e venne al concetto ampelenologico, teoricamente composto ad unità, ma
ammettendo nella pratica e tecnicamente, l’esercizio separato, ossia la
divisione del lavoro.
Radunò una vasta collezione di oltre 4000 varietà di vitigni provenienti da
tutto il mondo, nel suo podere di Poggio di Conte, forse la più ricca ed
accertata delle collezioni sorte in Italia, se non addirittura in Europa.
Ebbe per maestro e amico il celebre Conte Odart di Tours, fondatore
dell’ampelografia moderna ed autore della Ampelographie Universelle,
compilata con l’aiuto e sullo specchio della sua famosa e vasta collezione
di vitigni, raccolti da tutte le parti del mondo nel suo castello della
Dorèe, presso Esvres (Indre-et-Loire). Il Conte Odart procurò al barone
Mendola molte utili relazioni personali con specialisti francesi e di altre
nazioni, segnatamente coi signori Errico Merès ed Errico Bouchet di
Chiroubles (Rhône), professore prima a Versaglia e poi a Parigi, coi signori
Casalis, Allut, Sahout, etc.
Ebbe conoscenze con i più chiari specialisti stranieri, quali il barone
Balbo, il dr.
Adolfo Blankenkorn di Carlstrue, e fra gli italiani con conte di Rovasenda
di Torino, col marchese Cosimo Ridolfi, col barone Bettino Ricasoli di
Firenze, col marchese Incisa di Rocchetta Tanaro, con l’avv. Console di
Putignano in terra di Bari, col sig. Agazzotti di Modena, col cav. Francesco
Lawley, presidente poi del primo comitato ampelografico e col compianto
deputato De Blasiis, autore anche di un trattato di viticoltura, e con
moltissimi altri che sarebbe lungo da nominare, e con la schiera dei
professori Botter di Bologna, Cerletti di Conegliano, Ottavi di Casale
Monferrato (benché nativo di Ajaccio) e moltissimi altri.
Il barone Mendola si proponeva di
compilare
l’Ampelografia italiana.
L’Italia meridionale si poteva dire vergine: non si conoscevano le sue belle
flore viticole. I tempi del dispotismo borbonico, la poca istruzione, la
mancanza di viabilità, la difficoltà di comunicazioni e del procurarsi
amicizie personali, rendevano scabroso il compito. Il barone Mendola
impiegò la sua energia giovanile e riuscì in parte nell’intento. Un primo
catalogo di questa collezione fu stampato nel 1868 in appendice al giornale
“Il Coltivatore” di Casale Monferrato, quando conteneva appena 2000 varietà
di viti.
I principali giornali italiani e stranieri fecero cenno più di una volta
della collezione del barone Mendola, che riportò il primo premio
nell’Esposizione regionale delle province siciliane consorziate, quando si
tenne in Girgenti.
Il Prof. Giovanni Briosi, direttore della R. Stazione agraria di Palermo, ed
poi professore di scienze naturali nell’Università di Padova, dopo avere
studiato il “Phitoptus” nella collezione del barone Mendola, nella sua
monografia sulla “Phitoptus della vite” stampò le seguenti parole: “il
barone Mendola è riuscito a riunire in un suo podere vicino a Favara più di
3000 varietà di vitigni che rappresentano presso a poco, tutto quanto si
conosce in fatto di uve nelle cinque parti del globo: e ciò che importava,
non era vana smania di raccogliere che lo muoveva; ma amore dello studio,
unito ad acume scientifico, veramente rari, i quali fruttarono
all’ampelografia, etc.
Essendo il barone Mendola in desolata vecchiaia senza eredi, per non
sperdere tanto tesoro da lui accumulato con sforzi sovrumani, offerse
gratuitamente al Ministero dell’Agricoltura i maglioli di tutta la sua
collezione per farli innestare nelle scuole di viticoltura sopra radici
americane resistenti.
Il Ministero risolvette troppo tardi di accettare. Appena duemila varietà in
due anni poterono essere inviate al Prof. Segapeli, per innestarli nel
vigneto annesso alla Regia Scuola di viticoltura ed enologia di Catania. La
raccolta, l’etichettaggio accurato e coscienzioso, l’imballaggio, non si
possono fare speditamente. Un vecchio poi nella stagione invernale,
non poteva sostenere lungo lavoro in campagna, con la podagra che lo
minacciava spesso. Perciò la fillossera ha distrutto ogni cosa.
Espose una parte dei suoi studi di semicoltura delle viti nel vol. V degli
Annali di viticoltura del Cerletti, editi dal Civelli di Milano (annata
1874). Il barone Mendola in questo ramo di esperimenti fu tra i primi in
Europa a praticare la fecondazione o ibridazione artificiale per la
creazione degli ibridi produttori diretti, aventi la resistenza delle viti
americane e la fruttuosità delle viti europee.
Egli aveva pronosticato il grande avvenire dell’ibridazione artificiale
delle viti fin dal 1879, quando nessuno ci pensava (vedi vol. X, pag. 376
dei detti Annali Cerletti). Nel Congresso antifillosserico tenuto a
Conegliano Veneto nel settembre 1902 il prof. Sannino, relatore della
sezione viticoltura ed ampelografia, così si esprime nella sua relazione:
“Per creare questi produttori diretti trarremo profitto dal moltissimo che
hanno fatto i francesi nostri predecessori e maestri in questo campo; ma non
dimentichiamo che nella creazione delle nuove varietà la viticoltura
italiana vanta un precursore nella persona di Antonio Mendola di Favara …”.
Concepito il vasto concetto unitario dell’Ampelenologia, lo andava sempre
più studiando,
ponendo in ordine idee, opuscoli e un grande materiale scientifico, per
compilare l’ampenologia italica, di cui pubblicò il sommario fin dal 1876
nel vol. IX dei detti Annali del Cerletti; e lo pubblicò non a vana pompa,
ma per sentire l’opinione altrui, sopra molti punti di rinnovamento delle
vecchie idee, poiché molte delle idee nuove
sue potevano parere troppo ardite, troppo rivoluzionarie.
Il chiarissimo dr. Antonio Carpenè (vol. V, pag. 335 dei detti Annali
Cerletti) scrisse le seguenti parole: “Il benemerito barone Mendola con
questo suo scritto (sul filtro olandese) pieno di erudizione, e che prova
una volta dappiù, quanto egli sia profondo conoscitore della enotecnica o
pratica di cantina, quanto un vecchio cantiniere, ha reso un vero servizio
dell’enologia, perché la sua opinione è certo ascoltata. Con questo articolo
il filtro olandese andrà diffondendosi sempre più a gran vantaggio
dell’enologia.”.
Disgraziatamente nel 1895 un birbone abusando della fiducia accordatagli dal
barone trafugò e distrusse tutti i voluminosi materiali manoscritti,
opuscoli e parte del carteggio scientifico coi più illustri italiani e
stranieri. Questa sventura inaspettata e la distruzione della collezione
operata dalla fillossera e le grandi sciagure domestiche hanno impedito la
compilazione della Ampelenologia Italica che il barone aveva tanto
vagheggiata.
Antonio Mendola fu uno dei sei membri del primo comitato ampelografico
istituito a Roma presso il R. Ministero di Agricoltura. Fu poi membro della
R. Commissione di viticoltura e di enologia stabilita pure in Roma dal
Ministero. Indi fu membro della Commissione centrale fillosserica che dura
finora, e Presidente della Commissione di ampelografia e della Commissione
di viticoltura della provincia di Girgenti. Il di lui discorso di prolusione
fu stampato e ristampato dai migliori giornali agrari e viticoli.
Fu membro corrispondente della R. Società di enologia italiana; socio
fondatore della Società dei viticoltori italiani, fondata in Roma e poi fusa
nella Società degli agricoltori italiani. Fu uno degli otto membri
componenti il Comitato ampelografico mondiale, con sede a Marburgo e a
Budapest, che poi decadde, perché, venuta la fillossera, dovettero smettersi
gli studi per così dire di lusso della vite, e si dovette pensare alla
difesa ed alla salvezza della vite stessa.
Nelle commissioni ministeriali a Roma, sopra citate, il Barone Mendola ebbe
continuamente rinnovati i decreti di nomina, cosa concessa a pochissimi; e
fu assiduo per più di venticinque anni.
Fu presidente di commissioni aggiudicatrici di premio in diversi concorsi
governativi, tanto relativi alla viticoltura ed enologia, quanto a concorsi
scientifici di opere, come quello intorno ad una monografia sul nocciolo,
fatto col concorso del governo e del consorzio delle province siciliane.
Il barone Mendola da giovane scriveva nei principali giornali agrari,
viticoli ed enologici italiani e stranieri.
Prese parte alla redazione della grande opera Le Vignoble, sotto la
direzione di M. Mas. direttore del Museum di Parigi e di M. Victor Pulliat
intitolata Le vignoble ou histoire, culture et descriptions avec planches
coloriées des vignes à raisins de table et à raisins de cuve le plus
généralement connues par M. Mas et Pulliat. Principeaux collaborateurs:
Henry Maré, Bouscet-D’Haudebine, B. Mendola, Conte di Rovasenda, etc, Paris,
Librairie de G. Masson.
È da notare che fin dal 1875 nella prefazione del 7° vol. degli Annali del
Cerletti, come annunzio di grata novella si disse dalla redazione: “Teniamo
in pronto alcuni scritti del chiarissimo barone Antonio Mendola di Favara
che per novità ed ardimento di studi destarono in modo particolare
l’attenzione della stampa agricola estera.”. Questi scritti erano stati
sotto altra forma pubblicati in Germania.
Il compianto prof. Ottavio Ottavi, fondatore del Vinicolo italiano di
Casale, nel 1878 dedicò il suo libro Monografia sui vini di lusso e sugli
aceti con queste parole: “All’insigne ampelografo barone Antonio Mendola di
Favara nell’Agrigentino, in segno di riconoscenza, l’autore”. Il Mendola
mantenne lunga amicizia e carteggio con l’Ottavi, e viene citato da lui ad
ogni piè sospinto non solo in detta monografia, ma oziando nel suo Trattato
di viticoltura ed enologia.
Il dr. Carlo Giulietti, membro allora e poi presidente della Commissione
ampelografia di Pavia, nel suo Dizionario ampelografico, alla voce Mendola
barone Antonio, stampò quanto segue: “Ampelografo, scrittore e coltivatore
dei più distinti. Dai suoi scritti appare che ebbe a maestro il conte
Gallesio”; (si osserva però che ciò è un errore, poiché il Mendola non
conobbe personalmente il Gallesio ma ne studiò solamente le opere, e
segnatamente la sua gran Pomona).
Nel 1868 pubblicò in appendice al Coltivatore di Casale, il catalogo più
esteso che si conosca fino a tal tempo dei vitigni italiani ed esteri da lui
in gran parte coltivati.
Negli Annali di viticoltura del Cerletti, pubblicò i prolegomeni di una
grandiosissima opera di ampelenologia. Sono da farsi voti che a detto
scrittore arridano le sorti, in modo che la possa condurre a termine e
pubblicarla per intero.
Lo stesso Giulietti in detto suo dizionario, alla voce conte di Rovasenda,
soggiunge a pag. 187: “Per instancabile ed acutissimo spirito di
osservazione e ricerche in Italia, è solo emulato dal barone Mendola
siciliano; modesto, è ritenuto come sommo ampelografo, più conosciuto ed
apprezzato all’estero che in Italia.” .
Quasi tutto ciò non bastasse il barone Mendola non ha lasciato da parte lo
studio importantissimo della cerealicoltura a base di conci chimici che da
molti anni va adoperando, modificando i metodi e le dosi e diffondendolo con
l’esempio e con gli scritti.
Nel 1902 e 1903 ha pubblicato nel Coltivatore di Casale, diretto
dall’onorevole Edoardo Ottavi, lunghe note di cerealicoltura a base di conci
chimici nelle regioni meridionali. Egli ha innalzato a un gran livello la
produzione dei cereali nella sua azienda. Sarebbe lungo enumerare le nomine
onorarie di membro di molti comizi agrari, di molti sodalizi e società in
Italia.
In Catania nel 1889, ad iniziativa del signor Czeppel, addetto alla R.
Scuola enologica di Catania, fu aperto un piccolo Circolo enofilo che fu
intitolato al barone Mendola.
Nel VII congresso internazionale di agricoltura, che ebbe luogo in Roma dal
19 al 23 aprile 1903, il barone Mendola fu compreso tra i vicepresidenti
della X Sezione viticoltura ed enologia, sebbene per la sua grave età di
settantasei anni e per la podagra non poté pigliarvi parte.
Il barone Mendola ha avuto diverse onorificenze cavalleresche, senza mai
sollecitarle, sino a Grande Ufficiale della Corona d’Italia. Egli non se ne
è mai valso o fregiato.
Fu inoltre sempre consigliere provinciale fin dall’inizio delle nostre nuove
istituzioni politiche; fu per venticinque anni deputato provinciale,
nell’avvicendarsi di diversi partiti, ciò che in qualche modo testimoniava
la sua onestà morale e intellettuale.
Negli ultimi quattro anni della sua vita non intervenne più nel Consiglio
provinciale, ora per l’età e le malattie e i grandi lutti di famiglia,
avendo nell’anno 1903 perduto l’unico fratello, l’unico genero, marito
dell’unica sua figlia e vari nipoti. Addolorato si è ritirato da ogni
pubblica ingerenza del Consiglio comunale e provinciale, vivendo solitario,
anzi da anacoreta, nella sua villa suburbana detta Piana, in compagnia dei
suoi libri e dei suoi fedeli cagnolini.
Il barone Mendola da uomo civile e da cristiano ha fatto ogni opera per
venire in aiuto delle classi lavoratrici povere, principalmente dei
contadini e per diffondere la pubblica istruzione.
Egli a sue spese sui propri terreni suburbani e di valore, sopra una collina
deliziosa, in faccia al mare del mezzogiorno e in prospetto al paese,
distante appena trecento metri, ha eretto un grande orfanotrofio femminile
con giardini dentro e all’intorno, con grandi sale aerate ed arredate, dove
all’’inizio del 1900 stavano asilate quarantacinque orfanelle povere. In
mezzo vi è una chiesetta, all’altro lato un grande asilo per gli inabili al
lavoro, ma mai aperto al pubblico esercizio durante la sua vita. Sul
frontone di questi edifici sta fatto apporre, a lettere cubitali il comando
del Nazareno: Il soverchio datelo ai poveri.
Il barone Mendola ha accresciuto a sue spese le fabbriche dell’ospedale
civico di Favara
Dopo aver pensato ai poveri di mezzi, ha dovuto pensare ai poveri
dell’intelletto. Nella medesima collina ha eretto una palazzina dedicata
alla scienza, come sussidio alla popolare istruzione, che portava il titolo
Popularis Sapientiae loculus.
Vi era un pò di tutto in modo popolarissimo, un vero luogo di popolare
sapienza:
una biblioteca che per raccoglieva circa quattordicimila volumi, ordinati e
catalogati coi migliori sistemi di bibliotecnia moderna a schede e con
indici alfabetici per nomi d’autori, per titoli di opere, e per materia.
Vi era una legatoria con strumenti moderni a servizio della biblioteca e un
erbario botanico; una collezione di stampe, di oleografie, di disegni, di
corsi di disegni di figura ed ornamentali; una collezione di musica, in
partiture d’orchestra, banda e pianoforte, ed un reparto di cataloghi di
ogni sorta, antichi e moderni: scientifici, bibliografici, tipografici,
industriali, etc. C’era anche un gabinetto fotografico, un gabinetto
microscopico al completo, anche un microscopio a mille diametri, più che
sufficiente per bisogni dell’igiene, della medicina, dell’agricoltura,
dell’ispeione delle materie alimentari, etc. Vi era un piccolo osservatorio
meteorologico, un gabinetto d’imbalsamazione affidato ad un valente
imbalsamatore. C’era un museo in grandi saloni di storia naturale; la serie
degli uccelli di stazione e d’immigrazione o passaggio in Sicilia e quella
dei quadrupedi. C’era il germe dei musei di geologia, di mineralogia, di
numismatica, di archeologia, di etnologia, un pò di tutto.
Queste opere ed il loro arredamento costarono al barone Mendola circa mezzo
milione oltre al mantenimento giornaliero. Con esse voleva dare sollievo
alle classi agricole e povere, tanto materialmente che moralmente ed
intellettualmente.
Ha tentato due volte di fondare un grande asilo infantile, ma
disgraziatamente non è riuscito nell’intento.
Mentre il barone Mendola, vecchio soldato combatteva per la rigenerazione
delle nostre campagne ed impiegava tutte le sue forze intellettive a
vantaggio dell’agricoltura, che cosa facevano tanti altri latifondisti?: se
ne stavano in panciolle, oziando nelle grandi città.
L'illustre barone Antonio Mendola è morto alle prime ore dell'alba del 18
febbraio 1908.
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ANNULLO FILATELICO
Promosso dal Comune di Favara per il
100° Anniversario morte del barone Antonio Mendola ampelografo
Numero: 116 - Data:
18/2/2008 - Località: Favara - Filiale:
Agrigento
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8 febbraio 2008
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Scopertura
della nuova epigrafe, nella chiesa del Boccone del povero, dove riposa la
salma del barone Antonio Mendola. |
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 Palermo
Camillo
- nacque a Favara il 12 marzo 1891 da Calogero Palermo e Giuseppa
Lentini. Ufficialmente è stato un maestro elementare che svolse per 44 anni
la sua attività, quasi interamente a Favara, ma in privato é stato anche un
eccezionale docente, preparatore di alunni della Media e Media-superiore di
Italiano e Latino, e parimenti di Matematica e Disegno con competenza e
capacità didattiche sorprendenti.
In un paese culturalmente arretrato, qual era Favara, l‘analfabetismo era
imperante; i pochi che intendevano seguire un corso di studi regolari erano
costretti a frequentare il seminario minore di Agrigento col dichiarato
proposito di farsi preti.
Di questi alunni seminaristi, i più, quando raggiungevano una certa
autonomia culturale, lasciavano le scuole religiose e proseguivano in
privato, ovvero negli istituti scolastici di Agrigento o Palermo.
In una siffatta situazione il maestro Palermo era ricercato per guidare,
sorreggere, preparare ed istruire i giovani a raggiungere l’agognata meta.
Camillo Palermo visse i suoi primi anni in un ambiente civilmente avanzato
e, come gli studenti di allora indossò la veste di seminarista ma, convinto
di non avere alcuna vocazione al sacerdozio, ne uscì dopo qualche anno per
continuare gli studi a Palermo nella Scuola Normale, corrispondente
all’istituto Magistrale di oggi, conseguendone il diploma.
Questa preparazione di base e la formazione religiosa acquisita al seminario
rimasero in lui come elemento fondante della sua cultura e dei suoi
comportamenti, per tutta la vita, ma sua vera formazione culturale fu
frutto, però, dell’impegno suo personale.
Vorace lettore di libri s’indirizzò verso i capolavori della letteratura
mondiale; approfondì gli studi letterari italiani sugli autori antichi e
moderni; segui più da vicino con passione ed entusiasmo gli autori del suo
tempo: lesse gli scrittori del Verismo, puntando soprattutto sui due
scrittori siciliani Verga e Capuana di cui lesse ed annotò le tutte le
opere. Ebbe un vero culto per questi narratori isolani che imitò con
successo, ne fu prova la novella “Rosa” che pubblicò su “Scuola e Vita”,
rivista edita a Palermo sotto la
direzione
di Giuseppe Ernesto Nuccio, valido scrittore per l’infanzia.
A De Amicis (foto a sx) e a Verga (foto a dx) inviò il ritratto a sfumino
nei primi anni del 1900, e ne ebbe lettere di ringraziamento e di stima. Il
ritratto di “Verga” di Camillo Palermo si trova oggi inserito nella
monografia del Cattaneo, nel volume sesto della collezione dell’UTET.
Camillo Palermo era un artista della figura umana: operava su carta rugosa
bianca su cui spalmava uno strato nero di carboncino, e da quel nero
ricavava i lineamenti e l’immagine del soggetto secondo la tecnica della
“sottrazione”, da lui sperimentata, che consisteva nel togliere il nero con
la gomma o, più spesso, con mollica di pane, sino ad apparire, alla fine,
come una vera e propria fotografia.
Lavorava anche su tela e si cimentava pure nella lavorazione dell’argilla.
Iniziò l’attività di maestro elementare a Siculiana, nel 1915, anno della
partecipazione dell’Italia alla I Guerra Mondiale. Camillo Palermo non poté
essere arruolato per le sue precarie condizioni di salute, ma ciò non gli
impedì di servire il Paese con la forza della sua cultura e l’impegno
intelligente che profuse nella scuola a dirozzare le menti, a formare le
coscienze, ad educarle verso gli ideali alti e sublimi che allora la nazione
richiedeva.
Nel 1919 pubblicò il “trattatello” e “L’ideale nell’educazione e
l’evoluzione della Scuola”.
Ha cercato di dimostrare che la sola cultura intellettuale non rinfranca
perché essa, scompagnata dall’educazione del cuore, sarebbe come il bagliore
del lampo che rompe l’oscurità della notte e la rende più truce. Ma per lui
non bastava l’educazione del cuore, occorreva ben altro, occorreva
l’esercizio della volontà, dell’impegno, della lotta, della perseveranza,
del sacrificio per vincere gli ostacoli, i mali dell’esistenza contro cui è
doveroso lottare per uscirne vincitori.
Aveva 28 anni Camillo quando scriveva queste cose che oggi sono per noi un
segno chiaro della ricchezza culturale e della già matura formazione che
stava a fondamento della sua attività didattica. Tra questa attività e la
teoria non c’era discrepanza: il maestro Palermo fece atto di solidarietà
con un altro maestro parimenti appassionato del processo educativo: Antonio
Bruccoleri che diventò il primo ispettore scolastico in Sicilia.
Insieme si impegnarono a rinnovare la scuola per radicarla meglio nella
società; perciò promossero incontri coi genitori con lo scopo di convincerli
della massima utilità dell’apprendimento e della cultura, ma anche col
preciso obiettivo di chiedere la loro collaborazione.
Introdusse le attività artistiche e ludiche con recitazioni,
rappresentazioni teatrali, riproduzioni figurative e plastiche in modo da
creare nell’aula scolastica un’atmosfera di fattività, di emulazione, di
allegrezza, di gratificazione, di soddisfazione piena e completa.
Alle attività artistiche affiancò un apprendimento ragionato che traeva
linfa dalla concretezza dello sperimentale e del sensibile, tali da
esercitare l’intuito e l’intelligenza, la riflessione e il ragionamento che
sono, in fondo, le strutture portanti della vera maturazione.
Anche queste oggi sono conquiste di cui sembra superfluo parlare; allora
erano novità e come tali incontravano il favore di pochi e il sospetto di
molti.
L’assiduità con cui Camillo Palermo perseverava nell’impegno educativo finì
con l’attirare l’attenzione delle autorità scolastiche che gli riconobbero i
meriti.
Il 12 maggio 1938 il Provveditore agli Studi Dr Giuseppe Romano inviò
all’Ispettore di Agrigento la seguente nota: “Vogliate, a mezzo del
Direttore Didattico, esprimere il mio vivo compiacimento all’insegnante in
oggetto per la fedele opera prestata a favore della scuola del popolo e per
l’alto spirito di comprensione dei nuovi doveri che deve possedere
l’insegnante dell’Italia, spirito di cui ha dato prova nell’adempimento
delle molteplici attività dentro e fuori la scuola...”
I meriti gli furono riconosciuti ufficialmente anche dal Presidente della
Repubblica De Nicola, allora Capo Provvisorio della Stato, che il 20
settembre 1946 gli conferì la Croce
per gli alti meriti nell’insegnamento, nella cultura e nell’arte.
Particolare curioso fu il telegramma di ringraziamento di Trilussa a
Camillo, pervenuto nel 1952.
E il 27 novembre 1957 ricevette ancora un attestato del suo impegno
educativo sul “risparmio” da parte di una Commissione istituita fra le Casse
di Risparmio italiane che gli assegnò un premio in denaro.
L’ultimo riconoscimento gli fu dato dopo il suo collocamento a riposo, il 7
ottobre 1960, dal Presidente della Repubblica, con il diritto di fregiarsi
della medaglia d’oro per la sua lunga carriera di lodevole servizio
e per i suoi meriti educativi non comuni a favore dell’infanzia e
nell’interesse della nazione.
Al Circolo della Compagnia tenne una conferenza su Trilussa, e poiché gli
riusciva assai difficile leggere le poesie, oggetto delle sue osservazioni
critiche, le recitava a memoria. E a memoria sapeva buona parte della Divina
Commedia di Dante e, cosa sorprendente, anche molti brani dei Promessi
Sposi.
Camillo Palermo aveva 37 anni, nel 1929, quando sposò la cugina Calogera
Butticé di Antonio (che appena diciottenne combatté volontario a Bezzecca,
con Garibaldi – v. foto nell’album delle memorie), e di Anna Lentini,
sorella di Giuseppa, mamma di Camillo.
Dal matrimonio nacquero, nell’arco di nove anni, sei figli.
Tra il 1946 e il 1950 Camillo disegnò una lampada votiva d’argento, da
sistemare nella cappella del Crocifisso, all’interno della madrice di
Favara. Dopo avere raccolto l’argento necessario inviò i disegni ai Fratelli
Bertarelli di Milano che la realizzarono. Di questa lampada purtroppo oggi
non c’è più traccia in chiesa.
Camillo era cattolico praticante, non bigotto; credeva nel Dio della
provvidenza, si schierava coi deboli e coi giusti, esecrava ogni forma di
prepotenza o di ribellismo, sperava nel trionfo della giustizia e della
verità, aveva fiducia negli uomini di buona volontà e fede in Dio.
Camillo continuò il suo doppio impegno didattico, pubblico e privato, sino
al 1959 quando si ritirò (aveva 68 anni) in condizioni fisiche assai
provate, quasi cieco e quasi sordo, ma forte ancora nello spirito che lo ha
sostenuto nel suo ultimo impegno letterario: “Fiabe”. Sono nove le fiabe
che, nell’insieme, formarono un libro di congruo spessore, purtroppo rimasto
inedito. Le scrisse all’età di 70 anni e le dedicò ai “fanciulli d’Italia”
che guardava con fiducia e speranza per il rinnovamento sostanziale delle
sorti della nostra terra.
Considerato un uomo di cultura e di erudizione assai vasta, a Camillo
Palermo va attribuita la decifrazione dell’iscrizione incisa nell’elemento
lapideo monolitico oggi posto a sinistra dell’andito d’ingresso del Castello
Chiaramonte; anzi su ciò la gente ha intessuto la leggenda della donna
misteriosa del Castello che s’aggirava da secoli tra le sue mura ad
impaurire chi cercava di penetrare i segreti che afferivano la casata
chiaramontana: mentre Camillo era lì, per l’ennesima volta, a scrutare i
segni strani che la lapide ancora oggi riporta, ma gli apparve la donna
misteriosa che, vinta dalla sapienza di quell’uomo, si vendicava scagliando
un pugno di sale sugli occhi che da allora hanno stentato a vedere. Questa è
una leggenda che, nel suo significato allegorico, serve a riconoscere al
maestro Palermo, anche da parte del popolo favarese, le doti di intelligenza
e i meriti della cultura.
Si spense, dopo una breve malattia, la sera del 19 gennaio 1964, all’età di
73 anni.
Biografia tratta dagli scritti del prof. Antonio Palermo,
figlio di Camillo.
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Portolano
Paolo -
La storia, si sa, non comprende solo grandi
fatti e grandi personaggi; essa è composta da tante microstorie che ogni
comunità porta impresse nella propria memoria e che spesso hanno come
protagonisti soltanto uomini semplici. Fra questi, a Favara, è da annoverare
Pauliddru, al secolo Paolo Portolano (v. foto), nato il 2 giugno 1916 da
Salvatore e Giuseppa Bunone, discendente da una modestissima famiglia che
trae origine a Favara da Salvatore (bisnonno di Pauliddru e figlio di
Calogero e Concetta da Girgenti), il quale sposò Carmela Terranova nel 1823
a Favara.
Uomo semplice, Pauliddru, rappresenta
ormai un pezzo della storia di Favara perché è stato l'ultimo banditore
di questa comunità, epigono inconsapevole di una tradizione antica.
Pauliddru è una figura, per chi lo conobbe, che riporta subito la
nostra mente alla fanciullezza, ad una forma molto più casereccia della
vita sociale; personaggio, la cui presenza pittoresca non sfuggiva a
nessuno, perché raccontava la povera realtà dei tempi passati.
Negli anni in cui la miseria e
l'analfabetismo erano molto diffusi, la sola maniera di comunicare
provvedimenti amministrativi importanti o altre urgenze alla popolazione contadina e zolfatara di
Favara era, con tutta evidenza,
quella di farli diffondere a voce dal banditore. Solo in questo modo
l'amministrazione comunale si assicurava che una notizia giungesse alle
orecchie di tutti i cittadini, anche i più ignoranti.
Pauliddru
si annunciava con un rullo di tamburo, al quale faceva seguito,
ad alta voce, u bbannu (il bando), che consisteva in
comunicazioni giudiziarie, sentenze, citazioni, proclami, ordini di ogni
tipo, soprattutto da parte del Municipio; ma non mancavano anche le
comunicazioni commerciali e private.
Pauliddru,
sfortuna volle che nascesse cieco e per circa un trentennio girò
e rigirò le malconce strade di Favara, col tamburo a tracolla, con la
testa per aria e l’andatura trasandata. Accompagnato da frotte di
ragazzini, di tanto in tanto, si fermava e, dopo il solito rullo di
tamburo gridava: Tutti chiddri ca hannu a pagari a funnuaria, hannu
tempu sta simana!. Su certe ordinanze Pauliddru non mancava
di scherzarci sopra. Tutti chiddri ca hannu a pagari l’acqua, itila a
pagari, se no va taglianu!. Non mancava il solito burlone che
aggiungeva: Chi ni taglianu Paulì, e Pauliddru, con la testa in
aria e il sorriso sulle labbra rispondeva:
A tia nenti picchì unnà...
Pauliddrù
passò ad altra vita l’8 gennaio 1979 e con lui
è morto l’ultimo rappresentante di un mestiere vecchio di tanti secoli,
il cui ricordo evoca voci e suoni di un tempo omai lontano.
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Pauliddru Tammurinaru
Rataplan..rataplan..rataplan tum tum.
Cristiani du quarteri
vecchi, carusi, fimmini schietti, maritati e suli
scinniti tutti ca vaju a parlari
cu tutta a vuci vi vogliu cuntari
na cosa ladia ca vi fa scantari.
Rataplan..rataplan..rataplan..tum tum.
Chi musica beddra sunava Pauliddru
era u pueta di tutta Favara
u taliavamu tutti affatati
cu a vucca aperta ni faciva ristari.
Cu l’occhi chiusi e a coppula n’testa
cu u tammurinu ni chiamava a raccolta
pò n’antri nichi ci ivamu appressu
pariva un cani cu li punci addossu.
Iddru cuntava di morti ammazzati
di n’omu schettu cu nà maritata
ca l’ammazzaru pi n’ura d’amuri
e lu cuntava pruvannu duluri.
Rataplan..rataplan..rataplan..tum tum.
Chi gran pueta l’amicu Pauliddru
quannu murì ristavu firutu
u sò ricordu mu portu nu cori.
... ssssstttt… c’è un tammurinu unnù sintiti sunari?
Rataplan..rataplan..rataplan..tum tum.
Raimondo Presti (da Genova)
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Russello
Antonio
è nato a Favara il 27 Agosto 1921 da Salvatore e Angela Sferlazza,
nel periodo in cui il padre prestava servizio in un casello ferroviario nel
piccolo Comune di Villalba, in Provincia di Caltanissetta. Il padre, in
quanto primogenito, volle dare lo stesso nome del nonno. La famiglia trae
origine, a Favara, da un Gaetano, nato intorno al 1715 da Antonino e
Giovanna da Grotte.
Antonio Russello
fece le scuole elementari a Caltanissetta dove il padre fu trasferito alla
stazione centrale. In età adolescenziale, soprattutto per le vacanze estive
della scuola, veniva nel suo paese nativo e, assieme ai suoi compagni,
faceva lunghe passeggiate verso i garrubbazzi, nella zona oggi
urbanizzata ricadente fra le vie IV Novembre e Kennedy. Qui si andavano ad
appollaiarsi sui rami e dal buio dello spesso fogliame, i piccoli
indirizzavamo canzoni alle ragazze che lì andavano a passeggiare. A questo
periodo si riferiscono i suoi romanzi Le terre di Zio Santo scritto
nel 1948 e La luna si mangia i morti scritto nel 1953.
Nel 1932, all’età
di nove anni, la sua vita subì ancora un rimbalzo per un altro trasferimento
del padre, da Caltanissetta a Palermo. Anche le sue vacanze estive ebbero
uno scarto tra il paese natale e la grande città del mare. Le sue avventure
e le sue sensazioni le scriveva pure Elio Vittorini, con un padre che era
pure ferroviere e fu, appunto, Vittorini che nel 1960 gli pubblicò La
luna si mangia i morti.
Tra il 1932 ed il
1935 frequentò il ginnasio a Palermo, dove strinse amicizia con Enzo
Mercanti e dove conobbe il professore Gaetano Agrigento, il quale lo aprì
all’antifascismo ed all’amore per il mondo classico. In quel periodo lesse
alcuni libri cosiddetti popolari.
Frequentava
assiduamente le biblioteche di Palermo e a 18 anni, ha sentito le sinfonie
di Schubert e da allora non ha scritto un libro che non fosse frutto di una
suggestione musicale. Lesse Pirandello, Gramsci, Brancati, i classici greci
e latini, Lorca e tantissimi altri.
Visse alcuni
amori giovanili ricordati nel libro Anna e le altre.
Continuò la sua
vita errabonda, infatti nel 1946 da Palermo si trasferì a Nicosia, dove andò
ad insegnare. Non a caso le frasi di inizio di alcuni suoi romanzi si
possono considerare una sola frase di compendio dei 50 anni e più di vita
vissuta, errando per l’Italia e scrivendo; ed hanno il motivo d’un partire,
arrivare lontano, e ripartire. Un’avventura amorosa tristemente conclusasi,
lo spinse, alla fine dell’anno ad andar via da Nicosia.
L’anno dopo fu
assegnato a Favara, ma un preside prete (probabilmente si tratta del sac.
Giovanni Lentini e la scuola elementare "barone A. Mendola") lo disgustò al
punto che andò sotto le armi per fare l’ufficiale.
Continuò la sua
peregrinazione a Cesano di Roma e poi a Palmanova del Friuli, dove incontrò
Enza Simeon, la donna della sua vita, che sposò nel 1956, nella basilica B.
V. delle Grazie di Udine.
Congedatosi trovò
lavoro in banca da dove fu licenziato per la scarsa dimestichezza coi
numeri. Entrò, quindi, nella scuola dov’era il suo vital nutrimento.
Girò il Friuli,
la Marca trevigiana, i paesi del padovano fino a stabilirsi definitivamente
a Castelfranco Veneto.
Dopo 33 anni la
casa editrice di Treviso Santi Quaranta ristampava il romanzo
Giangiacomo e Giambattista con il nuovo titolo L’isola innocente,
suscitando l’interesse di diversi critici italiani quali Luca Desiato che lo
ha recensito il 23 febbraio 2003, Matteo Collura che ne ha scritto il 15
marzo 2003 sul Corriere della Sera, Nicolò Menniti-Ippolito che ha
scritto una brillante relazione sul Mattino di Padova e La Tribuna
di Treviso, Giuseppe Quatriglio che ha recensito il libro sul Giornale di
Sicilia oltre al giovane critico Ferlita che ha scritto di Antonio
Russello sulle pagine siciliane del giornale La Repubblica del 19
gennaio 2003 e su Stilos, l’inserto culturale del giornale La
Sicilia del 16 settembre 2003.
Era il 1958 e
scrisse il libro Giangiacomo e Giambattista, pubblicato nel 1969
dall’editore palermitano Flaccovio, nel 1970 finalista al Premio Campiello,
vinto da Mario Soldati.
Nel 1963
l’editore Rebellato gli pubblicò La grande sete e, nello stesso anno,
con Ronchitelli, pubblicò il volume Siciliani prepotenti. Seguono
Il vento e le radici (1965).
Nel 1982 ha
scritto Il carro dell’orsa minore e poi ancora Ragazze del Friuli,
Venezia zero, Lo sfascismo, Le lunghe estati contemplando
(tutti nel 1985), La corriera nella neve (1993), e così via, compresi
numerosi testi teatrali, dei quali alcuni sono stati rappresentati quali:
Ruderi (1946), La terra (1946), Racconto della luna
(1973), La ballata degli uomini verdi (1975), Lo specchio,
Inventare i nanetti (1985).
Antonio Russello si è spento a Castelfranco Veneto il 26 maggio 2001.
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 Sajeva
Domenico - "C’era un mostro in Favara che offendeva spudoratamente
leggi, religione, onestà pubblica e privata e faceva per nome Domenico
Sajeva di Giovanni e Angela Sajeva, razza cattivissima". Queste erano
testuali parole del barone Antonio Mendola.
Domenico Sajeva era perito agronomo, un tipo un poco bislacco, socialista,
con l’atteggiamento del babbeo giudizioso, il classico tipo, come suol dirsi
a Favara, che cercava sempre "scuru e fudda". Non si riusciva a conoscere il
vero colore di costui, ovvero, se aveva colore, o se li mutava tutti,
secondo le occasioni, come un camaleonte. Era uno spirito turbolento, vario,
sovversivo. Il Sajeva, mattoide come suo nonno Menico, soffiava nelle
passioni popolari, predicava l’amore delle plebi, malediceva i dazi consumo,
spingeva il popolo ad assaltare, distruggere e bruciare i casotti del dazio.
La sua avventura iniziiò a rinfocolarsi nel 1902, quando il popolo di Favara
cominciò a duolersi dei medici favaresi che avevano fissato il nuovo annuo
onorario, salatissimo, anzi, insostenibile per le famiglie povere. I medici
erano diventati nemici spietati dei sofferenti.
Nel mese di agosto 1902 c’è stato un grande comizio popolare. Menico Sapeva
parlò per circa un’ora, riscuotendo gli applausi e il favore del popolo.
Propose alla popolazione di rompere l’accordo coi medici. In Favara si
chiamava "accordo" l’annuo pagamento fissato tra il cliente e il medico.
“Rompete tutti l’accordo - ha gridato Sajeva - e vedrete rotto l’incanto. I
medici si sbraneranno tra loro come cani”. Poi ha proposto l'apertura di una
farmacia notturna: cosa veramente necessaria. Ma il sindaco Angelo Giglia
era negato per le opere di beneficenza. Il Sajeva disse: “Per fare disegnare
a Ciccio Maniglia a chiaro scuro 25 ritratti dei 25 sindaci (quelli
esistenti nella sala d'ingresso al primo piano del Palazzo di Città di
piazza Cavour) ha pagato 625 lire; per la beneficenza diviene taccagno e
pitocco”.
Nella prima metà di settembre correva voce che il dottorino Valenti avesse
spinto gli altri medici a lanciare querela criminale contro i membri del
comizio popolare, che avevano sottoscritto la risposta inserita nel giornale
L’ora ed un’altra querela contro Menico Sajeva, per le parole
pronunciate nel comizio stesso contro i medici.
Si è costituito un comitato di difesa e resistenza, e i denari abbondavano
per sostenere le spese di dette querele.
In occasione della cosiddetta "congiura dei medici", Menico Sajeva ha fatto
nascere un giornaletto in Favara, tutto dedito alle cose paesane col titolo
"La Campana del Popolo" (di cui ancora oggi esiste una raccolta ben
rilegata nella biblioteca comunale di Favara), nel cui primo numero ha dato
una bella lavata di capo ai medici.
Purtroppo gli altri numeri non hanno risposto alle comuni aspettative.
Menico Sajeva, ancora giovane e inesperto sognava rose, ma era destinato a
vedere spine e avrebbe compreso la grande differenza tra il detto e il
fatto, e quanto difficile era in Favara operare il bene e quanto era facile
la censura e la calunnia.
Nel giornale il Sajeva, imprudentemente, aveva fatto stampare l’elenco, con
i nomi delle persone che avevano contribuito alla colletta, che andava
raccogliendo nel popolo, per pagarsi gli avvocati difensori. I medici si
sono inviperiti, hanno fatto comunella e si sono resi solidali nel male,
rifiutandosi di curare i membri del comitato a prezzi plausibili e correnti.
Un articolo ingiurioso e diffamante di Sajeva contro il dr. Vita nel n. 5 de
La Campana del Popolo ha fatto inacerbire ulteriormente le cose, al
punto da prendere il carattere di una pubblica e dannosissima discordia.
Sajeva era un grande birbante. I medici gli hanno alzato un piedistallo
d’oro. Ci voleva una voce autorevole. Ma chi si poteva mettersi in mezzo?
Comporre il dissidio tra due era facile, tra molti difficilissimo. Mancava
poi un paciere, che avesse effettivamente i requisiti e l’abilità richiesta
nel presente caso.
I medici pretendevano una disdetta stampata dal Sajeva nei giornali, con la
quale smentiva le cose dette da lui. Naturalmente tale dichiarazione veniva
negata dal Sajeva.
La causa la chiamarono: “La causa del piccolo parlarolo”.
Il 14 novembre Menico Sajeva fu condannato dal Tribunale di Girgenti ad un
anno e 10 giorni di carcere, oltre a mille lire di ammenda, alle spese di
pubblicazione della sentenza in tre giornali.
Menico Sajeva ha avuto il torto di avere adoperato l’ingiuria e la
diffamazione per difendere una causa giusta.
Dopo la sentenza La Campana del Popolo non vide la luce. Sajeva non
ha avuto testa e tempo per infarcire di suoi scritti il giornale.
Il 16 novembre, il Sajeva, tornando verso le 5 di pomeriggio da Girgenti,
ebbe una dimostrazione popolare numerosa, una specie di ovazione. Sajeva, in
mezzo alla folla plaudente e commossa, è sceso in piazza Cavour, è salito su
un tavolo ed ha pronunciato un vibrato e conveniente discorso. Concludeva
con queste parole: “Io Domenico Sajeva, con la penna, con la parola e col
cuore, con e senza le manette, sempre con voi, come spero voi sarete sempre
con me”.
Molti si commossero. La piazza era gremita di persone, come per le feste
solenni di S. Giuseppe, era un muro di teste e berretti. Questa enorme
alzata di popolo non è stato certamente un fatto piacevole per i medici.
Ma le cose non sono finite qui. I dottori Valenti, padre e figlio, divenuti
accaniti, persecutori, pieni di presunzione e di odio implacabile, per medie
persone del capitano e tenente della truppa, hanno preteso di sapere se un
articolo del concorso delle spie in Austria, che Menico aveva fatto stampare
ne La Campana del Popolo, alludesse ad essi Valenti ed in ogni caso
volevano una dichiarazione scritta e firmata dal Sajeva. Sajeva rispose che
non era obbligato a dar risposta. A seguito di ciò i messi intimarono il
duello, ma Sajeva rifiutò.
Il 24 gennaio 1903 si è riunito il Consiglio Comunale per deliberare sulla
proposta della Giunta, di lanciare querela contro Sajeva, per la lettera
aperta pubblicata ne La Campana del Popolo, diretta al prefetto, dove
chiedeva un’inchiesta amministrativa sul Comune. Il Consiglio Comunale,
ab irato, ad unanimità ha autorizzato la Giunta a procedere a spese
pubbliche contro Sajeva.
Sajeva si era atteggiato piuttosto bene. Dopo essersi procurato l’aura, la
benevolenza popolare cominciò a voler fare l’indipendente, non sentendo i
consigli degli amici e gli avvertimenti di uomini sperimentati. Eccedeva ad
ogni passo, cominciava a mettersi da sé in mala voce: perdeva fautori e
seguaci.
Un’altra querela sulle spalle lanciata da un corpo intero rispettabile del
proprio paese, a vicinissima distanza di tempo, produceva pessima
impressione nel pubblico e nell’animo dei giudici.
Nel marzo 1903 sono partiti per Palermo, per l’appello di Sajeva, i medici
Gaetano Vita Guadagno Miccichè, Gerlando Spadaro, Libertino Fanara e il
dottorino Calogero Valenti.
La sera del 10 marzo arrivava un telegramma a Favara con la scritta:
“Domenico è assolto”. La bandiera, di buon mattino, sventolava nel casino o
circolo Fratellanza ad onore di Sajeva.
In realtà Sajeva fu liberato dal carcere; ma fu condannato alle spese del
giudizio ed alla multa di lire 200 invece di 1.000. Non era completa
vittoria, ma era un buon trionfo!
Arrivato in Favara Menico Sajeva ha avuto una vera ovazione, un’apoteosi
popolare.
La strada dell’Itria era gremita di popolo: uomini, donne, vecchi e
fanciulli, tutti gioiosi e plaudenti.
Il sindaco e i medici fecero proibire
la banda musicale e l’uscita dei gonfaloni delle diverse società popolari,
mentre carabinieri, guardie, delegato e truppa, erano in gran movimento nel
badare all’orda di popolo che plaudiva Sajeva. Menico ha avuto un giorno
trionfale. Questo fatto è servito di esempio ai medici, per valutare
un’altra volta la potenza democratica.
Il giornale La Campana del Popolo del 18 agosto è divenuto più feroce
di prima negli attacchi personali e assieme al giornale avverso nel
frattempo nato: L’Avvenire, era divenuto una palestra indegna di
sfogo, di odi, rancori e coltellate.
L’Avvenire
del 21 agosto, numero doppio 28-29, con quattro pagine di fuoco, ha sparato
la bomba, facendo guizzare per l’aria vampe e risuonare tuoni spaventosi. È
stato vuotato il sacco delle contumacie, delle diffamazioni, dei vituperi.
Sajeva è stato fatto segno a tutte le possibili ingiurie, colmato di fango e
di disprezzo. Questi problemi toccavano Favara perché non c’erano uomini di
carattere, non c’erano princìpi religiosi, non c’era amore di patria, carità
di prossimo, desiderio di progresso civile. Favara era in uno stato grave di
convulsione; c’erano tanti perché, ma nessuno poteva dare la risposta. Era
un pasticcio, una completa contraddizione. La causa prima era la mancanza di
caratteri, la nullità dei cittadini; una gioventù nulla, serva, che non
sapeva elevarsi all’altezza dei tempi e al bisogno, che col suo operare
insano, andava riducendo il paese ad una tomba. Nel pubblico c’era grande
aspettativa: pace o guerra. La curiosità era immensa. L’opinione delle plebi
era mutevole soprattutto in questi eccessi. Un giorno gridava evviva, un
altro giorno muoia, muoia! Menico Sajeva gridava a tutta gola, si scalmanava
dentro la casa della sua Fratellanza. Un grosso codazzo di zolfatai
gli faceva corona.
Alla fine di agosto si intavolavano trattative di rappacificamento fra i
redattori de L’avvenire e il Sajeva. Ci lavoravano il pretore, il
delegato e l’ing. capo della Provincia Gibilaro.
I vecchi, coloro che componevano il piccolo patriziato locale erano tutti
scomparsi; restavano i giovani, che dovevano essere civili, progressivi,
pionieri dei tempi nuovi e invece davano il più triste spettacolo, lottando
tra il fango dei vituperi, delle calunnie, delle insinuazioni. Invece di
porgere esempio di virtù, di amor patrio e moderazione, offrivano alle plebi
già abbastanza abbattute, uno scandalo continuo e ripugnante.
All’inizio di settembre il prof. Francesco Scaduto fu chiamato da amici
comuni per comporre il dissidio, oramai pericoloso, tra Sajeva e Vita
Guadagno e Bennardo redattori de
L’avvenire. L’8 settembre è venuto Scaduto; poi è sopraggiunto l’avv.
Pepè Bruccoleri da Girgenti e il delegato Montalbano. Si sono appartati in
una camera, per discutere il componimento amicale tra gli arrabbiati
avveniristi e la maledica Campana. Sono usciti dopo lunga
discussione senza concludere nulla. A sera Scaduto e il sindaco Giglia sono
andati a trovare Sajeva nel casino Studio e Lavoro. Menico Sajeva ha
avuto l’abilità di fare venire, ad pedes, il sindaco e il prof.
Scaduto! Fenomeni strani e scandalosi!
Menico Sajeva ha gettato un paese in uno stato di anormalità, in un
parossismo convulsionario e morboso. Segno non tanto del valore effettivo
del Sajeva, quanto della degradazione e tendenza immorale del popolo: perché
un popolo saggio non si poteva lasciare manomettere da un Pietrino L’Aretino
novello.
A sera i dissidenti hanno fatto una specie di pubblica dimostrazione. Tutti
riuniti, insieme, altresì, al delegato, a Scaduto ed altri, hanno
passeggiato su e giù per la strada "Nuova" (corso Vittorio Emanuele). La
pace era fatta. I veri offesi, che hanno perduto molto, sono stati quelli de
L’avvenire. Sajeva era il perturbatore, il virulento, il sarcastico
gladiatore che, pur ferito, non sentiva dolore e non aveva sangue da
perdere. Ma, meglio così che affrontare mali peggiori!
Il direttore de La Campana del Popolo, il malefico Sajeva non sapeva
moderarsi. La satira, la maldicenza, il prezzo sardonico, l’arma del
ridicolo erano le sue arti consuete, da cui non poteva o non sapeva
allontanarsi. Si rigirava tra piccolezze, punzecchiava le parti meno malate,
si attaccava ai peli e lasciava da parte le travi. Si sfogava contro il
consigliere comunale, contro il sindaco suo amico e contro qualche altro.
Non scopriva le piaghe larghe e sanguinose, non si fermava sui furti o
peculati, sulla negazione di ogni bene in fatto di criteri amministrativi,
sull’immoralità, sulla corruzione, sui parassiti che mangiavano al Comune,
dissanguando il popolo. Sajeva quando soddisfaceva i suoi istinti forsennati
di maldicenza non si curava di altro. Sajeva era un repubblicano sui
generis, un repubblicano comodista. Ciò che a lui piaceva, stava bene.
Si pasceva di trizzi e di arzigogoli, di miseri giochetti di parole,
promuovendo il riso indecente. Queste cose a Favara piacevano. Si battevano
le mani. L’ambiente era lurido e nero.
Le intemperanze e maldicenze giornalistiche di Menico Sajeva, la sua
irrefrenabile e continua febbre di assalire e aggredire le persone ha fatto
molto male al padre Giovanni, che ha perso la migliore clientela, gli amici,
gli affari. Il primo semestre 1904 Menico è stato espulso dalla casa
paterna. Il sicario della penna è andato a rincantucciarsi nel misero
ufficio de La Campana del Popolo, nei mezzi tetti concessigli dal
casino o circolo Studio e Lavoro, in un giaciglio come un cane, solo,
abbandonato. Forse gli pareva di guadagnare merito con queste privazioni e
divenire martire.
Sajeva continuava a lanciare fulmini contro il sindaco Giglia e lo diceva
anche ignorante. Se continuava come aveva cominciato, Menico si sarebbe
consacrato col suo stesso fuoco, come lo scorpione che, quando non poteva
inoculare altrui il proprio veleno, si mangiava la coda e moriva. Nella sua
La Campana del Popolo
fulminava Giglia, ma nessuno se ne curava. Giglia e i suoi opponevano il più
profondo silenzio e se si continuava così, Sajeva era destinato a rimanere
nullo.
Diceva molte cose vere contro Giglia, ma quel dir male per sistema,
quell’eccedere nelle ingiurie e nelle frasi virulente muoveva a sdegno il
pubblico dei lettori. Povero grillo! Era destinato alla pazzia seguendo le
orme del suo nonno Menico.
Il Sajeva già si firmava dottore. Si creava un titolo senza averlo. Si
credeva importante e con ciò mostrava vanità, orgoglio e nullismo. Ha
formato una fanfara reclutando nella sua
Fratellanza i trombettieri reduci dall’esercito, che suonavano piuttosto
benino. Egli lo faceva, per avere uno strumento di chiasso, di
svegliapopolo, uno stimolo entusiastico musicale di disordine, una
riviviscenza dei famosi fasci del Colaianni. Fatto sta che venne cacciato
via anche dalla
Fratellanza degli zolfatai.
Sajeva viveva da eccentrico, da pazzo, cacciato dalla famiglia. Il dir male
di tutti era la sua missione e la sua afflizione e castigo, poiché a poco a
poco si circondava di odi sempre più fitti e più forti.
Il 5 dicembre 1904 i parenti snidarono Menico Sajeva dal mezzalino del
casino Studio e Lavoro e lo fecero rientrare in famiglia, ma lui
continuava ad essere quello che era: sempre maldicente.
Con la sua Campana Menico Sajeva per più di un mese, ha frustato a
sangue il Giglia sia come uomo che come magistrato, ma il 12 gennaio 1905 si
è tolta la maschera. In carrozza, appositamente locata, per Girgenti è
partito il sindaco, il delegato Montalbano, Pasquale Andreoli e qualche
altro, mezzani di codesti negozi. Lì si era convenuto doversi trovare Menico
Sajeva. Si fece una doppia P: pace e pasticcio.
Ed ecco che un vilissimo maldicente, un volgare e incorreggibile
denigratore, che si vantava di carattere adamantino, di indipendenza
assoluta, avido solo di giustizia, scendeva senza saper perché all’abbraccio
fraterno col suo denigrato sindaco Giglia e suggellava l’atto complesso con
l’agape cristiana.
Il commendatore Giglia, il caporione dei civili, il volpone, colui che
teneva il bastone del comando sugli armenti cornuti, attorniato da larga e
poderosa parentela e clientela, dopo aver taciuto, almeno in apparenza,
dignitosamente, ha dimostrato che il suo tacere non era stato atto di
dignità umana, ma paura mista a vigliaccheria.
Dopo un pugilato sanguinoso, senza scopo e senza conclusione, divennero
agnellini, si fiutarono, si leccarono e belarono insieme l’inno della pace.
A sera, tornando da Girgenti in Favara, tanto per celebrare come suol dirsi,
una grande messa solenne, tutti scesi dalla carrozza, in corteo magno,
incluso mastro Vannillo Sajeva, padre di Menico; hanno trionfalmente
accompagnato a piedi il sindaco sino alla porta della sua casa, offrendo un
grazioso spettacolo alla popolazione favarese.
Sebbene un atto sia stato eseguito in Girgenti, questa farsa è stata
rappresentata nel teatrino di Favara. Che cosa si è rappresentato? Un poema
eroicomico. Don Chisciotte montato sul suo gran ronzino detto La Campana
del Popolo, armato da un grande spadone, da molti scudisci, fruste e
flagelli, è apparso sublime e severo, ed ha menato colpi a dritto e a
rovescio. “Ecco, signori, guardate bene, la mia durlindana non rispetta
nessuno, ferisce nel buio e nel meriggio. Io sono il rivendicatore dei
diritti del popolo, io sono il severo esaminatore di tutti i pubblici uffici
e di tutti coloro che governano ed amministrano, dai più alti scalini fino
alle ultime soglie, sono la vera oca del Campidoglio. Dove vedo il male,
grido a squarciagola e do l’avviso; dove vedo un velo, che copre una piaga,
lo spezzo e lo metto in chiaro; dove vedo una combriccola di truffatori o di
pubblici abusatori, sferzo a sangue e faccio ballare senza volerlo ogni
sorta di reo. Giudici di pace titolari e vice, regi procuratori, signori che
trafficano la giustizia, per me tutti si equivalgono, li attacco, li
svergogno e me li metto sotto i piedi. Io sono il vero erede della Mancia
moderna. Guardatemi, specchiatevi su di me, amministratori, e tremate”.
L’uditorio di questa farsa aveva i suoi posti distinti e i suoi posti
comuni. I civili, i giovani, che erano la speranza e la forza, energia vera
del paese, erano burattini e quindi, nel godimento dell’eroico spettacolo,
non si trovavano che nel loro elemento, come il pesce nell’acqua e l’uccello
nell’aria. Il resto del popolo vero, del popolo lavoratore, che pagava, che
non era corrotto fino alle ossa, mirando le sciabolate di don Chisciotte,
vedendo un sindaco, che sprizzava sangue da tutte le carni flagellate,
inarcava le ciglia, aspettava l’effetto, il trionfo della giustizia ed
invece non constatava che lo scioglimento strano inaspettato dell’eroicomico
dramma. Per incanto si sono sanate le ferite, si è stagnato il sangue. Don
Chisciotte ha deposto la durlindana, ha abbracciato il sindaco e tutto è
finito. La Campana del Popolo di Favara dopo aver suonato col
martello del terrore e della minaccia, ha suonato con la carezza. Di punto
in bianco, un desinando al Caffè Palermo, una scenetta preparata da una
combriccola, una stretta di mano ed è tutto finito. Ecco la grande morale
della favola!”.
Il popolo si sentiva sconvolto, non sapeva più giudicare, la logica era
spenta.
Diceva il barone Mendola: "Nel mio paese ci sono burattini e marionette e,
alla testa, pochi Cagliostri e arruffapopoli che si arrabattono; un popolo
numeroso che soffre e geme.".
Il fine della buffonata fra Giglia e Sajeva in effetti non era la pace per
la pace, ma la pace per le elezioni. Quell’anno, infatti, erano previste le
elezioni amministrative di Favara e questo avvenimento faceva risvegliare
certi armeggi e certe persone, che non sapevano e non potevano vivere in
pace, fra cui i Valenti che agognavano ad ogni costo al recupero della
vecchia fortuna e stavano come i cani da caccia a fiutare le mosse della
selvaggina.
Sajeva faceva bene il suo mestiere di mestatore e di pescatore nel torbido.
Un povero disperato, che cercava pane ed una tavola dove aggrapparsi in
tutti i casi di naufragio, era compatibile. Sajeva aveva tutto da
guadagnarci e nulla da perdere in questo indecente giochetto, ma Giglia
ricco, forte nella sua posizione, perché è sceso così in basso?; neanche il
fratello Filippo, tornato da Palermo, dov'era andato a rifarsi la dentiera,
riusciva a persuadersi.
Questa pace è stata appresa e giudicata male da tutto il paese.
Il 18 gennaio 1905 in piazza Cavour tutti, con sorpresa, hanno goduto di due
scenette graziose: due lunghe passeggiate su e giù, dapprima fra Menico e
Calogero Valenti "u lungu", il fratello di Antonio, con cui parlava
furiosamente, e subito dopo col magno sindaco Giglia, con cui si scambiava
vicendevolmente perline d’amore, sorrisi e capriole. Si potevano indovinare
i sentimenti e le correnti contrarie di pensiero in tutti questi burattini
che rappresentavano le loro farse nel teatrino piazza Cavour?
Il 22 gennaio 1905 è uscito il n. 82 de La Campana del Popolo. Era un
pasticcio insipido, un catechismo repubblicano buttato giù dove non c’erano
repubblicani e dove il senso politico era semimorto.
Il Sajeva ha rivestito di stoppa il batacchio de La Campana del Popolo.
Nel mese di febbraio nei vari casini e circoli di Favara è stata inviata
anonimamente, in busta aperta, una caricatura mista a scrittura, una satira
del famigerato Menico, raffigurato come un pupazzetto appeso ad una corda,
che rinunziava alla Repubblica e si attaccava ad una carta da 100 lire
proveniente dal sindacato dei produttori di zolfo, per l’assicurazione degli
operai contro gli infortuni del lavoro.
Nel maggio 1906 il famigerato Menico Sajeva è stato costretto a far tacere
la sua Campana del Popolo. Gli stampatori non si prestavano, più
perché Sajeva non pagava e perché temevano le continue molestie delle
querele. Però Sajeva era un esplodente, che non poteva, né sapeva star
quieto; non poteva non esercitare la innata malvagità e, assieme ai
girgentani commendatore Vitale Cognata e avv. La Loggia, ha montato un nuovo
giornale da ricatto intitolato: Il Rinnovamento. Bel rinnovamento,
c’erano i soliti articoli virulenti e malvagi contro Valenti, contro il
cassiere, contro il sindaco, il Consiglio Comunale e Provinciale, contro il
prefetto, etc.
Il famigerato Menico Sajeva faceva pure il libertino e lo scostumato. Nel
giugno 1906 è andato via con la corista delle operettiste Rosa Bagiana,
con cui aveva avuto prima dimestichezza quando era studente in Girgenti.
Mastro Vannillo, suo padre, e i fratelli, appena saputa la partenza con un
carrozzino, andarono a raggiungerlo sul ponte S. Benedetto lungo la via
Favara-Caldare. Dovettero staccarlo dalla carrozza per ricondurlo in
famiglia.
Dopo questo avvenimento Menico Sajeva è fuggito nuovamente da casa, in lotta
coi parenti e la famiglia, andando a spartire col delegato Filippo
Montalbano gli osceni e venderecci amplessi di una o due puttane coriste
della compagnia Montesano.
Pare che, nello scappare di casa, per seguire le sue coriste, Menico abbia
preso denaro dal padre o dagli acconti che l’Amministrazione
dell’Assicurazione degli Infortuni degli zolfatai gli teneva in deposito. Il
padre lo seguì lungo la via Favara-Aragona Caldare, più per ripigliarsi il
denaro che per altri motivi.
Menico Sajeva poi è andato a vivere definitivamente in Francia, dove ha
lasciato le proprie spoglie.
Notizie tratte dai diari intimi del barone Antonio
Mendola.
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 Scaduto
Francesco
-
Favara è un paesaccio davvero strano,
informe nella materia pensante e, di conseguenza, informe nella materia
urbanistica e sociale. Da sempre la Comunità favarese si è caratterizzata
nel ricordare ed esaltare i forestieri prima ancora dei favaresi meritevoli.
In merito a questa faccenda però c’è qualcosa che non quadra. C’è un
personaggio, un luminare a cui diversi Comuni, fra cui Roma, Palermo,
Bagheria e, credo, anche Catania, hanno titolato una strada. Bagheria ha
dato il nome di questo illustre personaggio anche al liceo classico ed alla
biblioteca comunale. A Favara questo personaggio è caduto nell’oblio, anzi
si preferisce titolare strade a persone per certi versi anonime. Eppure da
quando è morto, la salma di questa persona riposa a Favara e non nel suo
paese nativo (Bagheria).
Forse bisogna pensare in modo informe, per dare
una ragione a tutto questo?
Questo illustre personaggio si può considerare
favarese di adozione per avere sposato una favarese, perciò nell’immaginario
dei compaesani ha perso le peculiarità di forestiero, ha perso, cioè, quel
marchio di qualità necessario per essere ricordato.
A parte gli scherzi (che scherzi non sono), il
personaggio in argomento è Francesco Scaduto, uomo di rara energia, di
profonda cultura, di ingegno vigoroso, di grande rettitudine morale e
modestia, instancabile e multiforme nella sua attività.
Francesco Scaduto nacque a Bagheria (PA) il 28
luglio 1858 da Gioacchino e Rotola Francesca. Fin da giovanissimo diede
prova della sua tenace volontà dedicandosi agli studi classici,
all’archeologia, alla paleografia, imparando anche il francese, l’inglese,
lo spagnolo e il tedesco.
Nel luglio 1881 ha conseguito la laurea in
Lettere e Storia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Nel novembre
dello stesso anno ottenne un assegno di perfezionamento per la Storia in
detto Istituto e da allora la sua carriera scientifica si svolse rapida e
gloriosa. Nel novembre del 1882 vinse il concorso per l’assegno di
perfezionamento per la Storia e, dati i suoi meriti eccezionali, gli fu
permesso di andare in Germania a studiare Diritto
Ecclesiastico.
Nel novembre 1883 ottenne la libera docenza in Storia del Diritto Italiano e
Diritto Ecclesiastico all’Università di Roma e contemporaneamente vinse il
concorso per l’assegno di perfezionamento in Storia del Diritto Italiano
all’estero, passando gli anni 1883 e 1884 a Parigi e Londra. Nel 1884 venne
nominato incaricato di Diritto Ecclesiastico nella Regia Università di
Palermo e nel novembre 1886 vinse il concorso di professore straordinario di
Diritto Ecclesiastico nella Regia Università di Napoli, dove, il 23 novembre
1889 fu promosso a professore ordinario. È stato rettore dell’Università di
Napoli dal 3 agosto 1919 al 15 ottobre 1922.
Il 29 luglio 1893 ha sposato, in Favara (AG),
Angela Mendola di Gaetano, nipote del noto filantropo e ampelografo barone
Antonio Mendola, da cui nacquero:
- Gioacchino nel 1894 (ambasciatore del Regno
d’Italia);
- Francesca nel 1895 (morta tragicamente due anni
dopo sul piroscafo Entella, nel porto di Napoli, mentre la famiglia si
recava a Favara per partecipare alla “svampata” per il fidanzamento
ufficiale di Grazia Mendola (sorella di Angela) con Vincenzo Agrò di Porto
Empedocle (il quale ha poi sposato Anna Pirandello, sorella dello scrittore
Luigi;
- Gaetano (commendatore prefettizio del Comune di
Favara);
- Francesca nel 1901 (andata in sposa a Gaspare
Ambrosini nel 1937, noto giurista e presidente della Corte Costituzionale
Italiana, uno degli allievi prediletti di Francesco Scaduto);
- Antonio (ambasciatore del Regno d’Italia).
Nell’aprile 1899 Francesco Scaduto fu eletto
membro ordinario dell’Accademia pontaniana di Napoli. Fu uno dei più
illustri giureconsulti d’Italia e col suo impegno ha fatto rivivere ed
assurgere alla dignità delle altre discipline giuridiche il Diritto
Ecclesiastico che da tempo era negletto dagli studiosi per le ardue
difficoltà che presentava e per motivi politici. A soli 48 anni le sue
pubblicazioni raggiunsero il centinaio.
Francesco Scaduto rivestì importanti cariche
politico amministrative. Nell’agosto 1903 è stato eletto al Consiglio
Provinciale di Girgenti per il mandamento di Favara. Dal 1915 al 1922,
ricoprì la carica di Presidente dello stesso Consiglio. Fu eletto, inoltre,
consigliere comunale di Roma.
Il 1 marzo 1923 è stato eletto senatore del
Regno.
Francesco Scaduto è stato membro
della Commissione per il regolamento interno (2 giugno 1924-23 maggio 1925);
Segretario della Commissione per il regolamento interno (23 maggio 1925-21
gennaio 1929); Membro ordinario della Commissione d'accusa dell'Alta Corte
di Giustizia (3 dicembre 1924-21 gennaio 1929); Membro supplente della
Commissione d'istruzione dell'Alta Corte di Giustizia (1° maggio 1934-2
marzo 1939) (17 aprile 1939-15 gennaio 1940); Membro della Commissione
parlamentare incaricata di dare il proprio parere sui progetti dei nuovi
Codici civile, di procedura civile, di commercio e per la marina mercantile
(16 marzo 1937); Membro della Commissione dell'agricoltura (17 aprile
1939-29 giugno 1942).
È stato professore emerito nella facoltà di giurisprudenza all’Università di
Napoli dal 21 gennaio 1932.
Francesco Scaduto ha ricevuto le seguenti onorificenze:
- Cavaliere
dell'Ordine della Corona d'Italia il 3 gennaio 1892;
-
Cavaliere ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia il 27 marzo 1913;
-
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia il
4 dicembre 1913;
-
Cavaliere dell'Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro
il 2 gennaio 1916;
-
Grande ufficiale dell'Ordine della Corona
d'Italia il 27 maggio 1920;
-
Cavaliere ufficiale dell'Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro il 16 gennaio
1919;
-
Commendatore dell'Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro il 3 luglio 1921;
-
Grande ufficiale dell'Ordine dei S.S. Maurizio e
Lazzaro il 15 febbraio 1934.
Francesco Scaduto è morto a Favara il 29 giugno 1942. Per la sua alta
statura intellettuale e morale è stato il nipote prediletto del barone
Antonio Mendola.
La sua salma riposa nella cappella di famiglia
nel cimitero di Piana Traversa di Favara assieme alla moglie Angela Mendola
ed i figli Gioacchino e Gaetano.
In quanto modello di gloriosa virtù, ingegno e
cultura, il prof. Francesco Scaduto merita essere ricordato dal COMUNE DI
FAVARA, dai FAVARESI e dai FORESTIERI nei modi più alti, dignitosi e nobili.
Su Francesco Scaduto nel mese di giugno 2008 la Prof.ssa Maria D’Arienzo ha
pubblicato nella rivista telematica "Stato, Chiese e pluralismo
confessionale":
Un episodio inedito della biografia di Francesco Scaduto.
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 Valenti
Eugenio
è nato il 17 dicembre 1886 dal dr. Antonio e da Francesca Caramanno. Seguì
gli studi sino al liceo, che lasciò per riprenderli a 28 anni. Ha conseguito
la laurea in medicina e chirurgia, ministero che ha esercitato con dedizione
a Favara, specie la chirurgia.
A 37 anni ha sposato la trentunenne Maria Pullara di Carmelo e
Carmela Lentini.
I
momenti disponibili li dedicava agli studi storici su Favara e
parecchie sue ricerche e relazioni sono state il risultato del
suo attaccamento alla sua terra. I suoi scritti, spesso basati
su inconfutabili documenti rappresentano un coscienzioso lavoro
di storico benemerito e sono ricchi di erudizione e severa
critica.
Scriveva sulla rivista “La Siciliana”, che veniva stampata negli
anni “20 del secolo scorso a Siracusa. Buona parte dell’attuale
conoscenza sulla storia e cronologia dei proprietari del
castello chiaramontano sono frutto del suo lavoro.
Nella biblioteca comunale di Favara si conservano alcune sue
pubblicazioni in campo medico.
Eugenio Valenti è morto a
Favara il
3 dicembre 1942. La sua salma riposa in una tomba priva di
iscrizione (la lastra marmorea che ricopriva la tomba è andata
perduta diversi anni fa) nell'ultima sezione a colombaia a
nord-ovest del cimitero di Piana Traversa (una delle quattro
sezioni originali ormai rimaste), lato ovest.
Articoli di Eugenio Valenti di carattere storico:
-
Caltafaraci nella storia e nella tradizione popolare, Sicania,
anno 1914, pag. 25;
-
Cronaca (scavi, monumenti, ecc. - Favara), Sicania, anno 1914,
pag. 79;
-
Favara - Tradizioni di Caltafaraci, La Siciliana, anno 1915,
pag. 105;
-
Favara durante i moti del 1411, Sicania, anno 1917, pag. 85;
-
Notizie su Favara - Origine di Favara, La Siciliana, anno 1919,
pag. 25;
-
Notizie su Favara - Caltafaraci presso Favara - La necropoli
Stefano, La Siciliana,
anno 1920, pag. 7;
- Favara -
La necropoli Stefano, La Siciliana, anno 1924, pag. 2;
- Notizie
su Favara - Caltafaraci - La necropoli Stefano, La Siciliana, anno 1924,
pagg. 9 e 23;
- Favara -
Il castello di Chiaramonte, La Siciliana, anno 1925, pagg. 65 e 99;
- Valenti
Eugenio - autobiografia, La Siciliana, anno 1925, pag. 177;
- Favara,
La Siciliana, anno 1927, pag. 61;
- Favara
sotto i Chiaramonte, La Siciliana, anno 1927 pagg. 85, 116, 131, 158,
anno
1928, pag.
153;
- Favara -
Etimologia (Note) - Una necessaria risposta, La Siciliana, anno 1927,
pag. 127;
-
Il marchesato di Favara, La Siciliana,
anno 1929, pag.
185;
- Favara -
La baronia di Fontana degli Angeli, La Siciliana, anno 1930, pag. 1;
- Articoli
sul Castello per farlo dichiarare monumento nazionale, rivista Akragas,
giornale
L’Ora, (prima del 1914 - anno della dichiarazione di notevole
interesse);
Pubblicazioni di carattere
scientifico:
- Il
chinino nella cura delle malattie infettive - Un caso sporadico di tifo
esantematico curato col cloridrato basico di chinino Bisleri, A. Rancati
(Tipografia) - Milano,
- Estratto
dalla Rivista Medica - Anno XXXVII, 1929 (Scienze-2-104);
- Un caso
di pneumonite massiva o splenopneumonite di Grancher, E. Zerboni
(tipografia) Milano, Estratto dalla rivista La lettura
medica - Anno X - N. 5 - 15
Novembre
1928, VII, 1928 (Scienze-2-107);
Pubblicazioni di carattere
storico:
- Il
Castello di Chiaramonte in Favara, Tip. Zammit, Noto 1925;
-
Caltafaraci presso Favara, Tip. Zammit, Noto
1920;
-
Origine di Favara,
Estratto, Tip. Gazzetta, Siracusa 1920.
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CANONICI
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 Bongiorno
Vincenzo
- (nome di battesimo Gaetano) nato a Favara il 14 febbraio 1861 da Vincenzo
e Giuseppa Bosco. Fu regio commissario di Terrasanta;
padre Guardiano di Baida; padre provinciale in Sicilia; definitore del T. O.
F. in Roma; visitatore apostolico della diocesi di Siracusa, Trapani e
Mazara del Vallo; delegato apostolico delle diocesi di Monreale; visitatore
dell’isola di Malta; vescovo di Cefalù eletto nel febbraio 1908, ma non
consacrato perché affetto da ferale morbo. Detta diocesi vacò per 6 mesi in
attesa della sua guarigione, ma la morte lo spense il 10 agosto 1908
nell’ospizio di Terrasanta in Palermo. |
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 Cafisi
Giuseppe
nacque il 30 aprile 1727 dal notaio Grazio e donna Angela Grimaldi; fu uno
dei clerici più brillanti del seminario agrigentino, dove studiò eloquenza,
filosofia, teologia e dogmatica.
Fu eletto principe dell'accademia, avendo sostenuta pubblica
disputa sull'intera terza parte della Somma di S. Tommaso.
Fu alunno meritevole per quattro anni del collegio dei SS.
Agostino e Tommaso di Girgenti, dove approfondì gli studi di
sacri canoni, di teologia morale, di etica cristiana, di lettere
e diritto pubblico, a seguito dei quali fu abilitato alla cura
delle anime.
Conseguì la laurea in in sacra teologia all’università della
Minerva in Roma.
All’età di ventiquattro anni entrò nel collegio di S. Tommaso
d’Aquino in Roma come precettore di teologia e con la forza
delle sue doti si occupò di amministrazione della sacra
teologia.
Fu lettore di sacra eloquenza di riti sacri e di jus pubblico
nel Seminario di Girgenti.
Ebbe dapprima l'incarico di curato della terra di Camastra, poi
divenne arciprete di Favara nell'anno 1756, reggendo tale carica
per ventinove anni.
Fu protonotaro apostolico, procommissario delle sante crociate,
canonico umbriaticense e della diocesi girgentina, esaminatore
sinodale e visitatore generale.
Fu parroco per quarantaquattro anni, otto mesi e venticinque
giorni.
Si occupò di lettere e scrisse:
Relazione degli effetti di un fiero turbine accaduto nella terra
della Favara in Sicilia il dì 10 marzo 1772.
Recitò l'elogio funebre nella cattedrale di Girgenti per la
morte del vescovo Andrea Lucchesi Palli.
Ricevette dai vescovi della diocesi di Girgenti diversi
incarichi di missionario, di visitatore dei monasteri, di
visitatore generale, di esaminatore dei confessori e degli
ordinandi, di confessore per tutta la diocesi con ampia facoltà
sulle censure e casi riservati ad bene placitum.
Curò le anime del collegio di Maria di Favara per trent'anni.
Nelle ore dell'ozio insegnò ai giovani la grammatica,
l'eloquenza, la filosofia e la teologia.
Fece restaurare a proprie ingenti spese la facciata della
preesistente cinquecentesca chiesa madre, accrescendola nelle
fabbriche con un nuovo cappellone che abbellì con nuovi
stucchi.
Fu l'autore di un ragionato progetto della strada rotabile del
Regno di Sicilia che, umiliato alla Maestà del Monarca, incontrò
la Reale approvazione, con successiva realizzazione nel 1787.
Spiccò sommamente nella sacra oratoria e morì il 25 maggio 1802
ed il suo corpo venne deposto nel sepolcro maggiore della chiesa
Madre, in presenza del vicario foraneo sac. Giuseppe Giudice e
di un folto clero. |
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 Cafisi
Ignazio
– Correva il dì 24 settembre 1762 ed in Favara, nella chiesa parrocchiale di
Favara dalle esili colonne, sulla scranna sedeva quel venerando arciprete
chiamato d. Giuseppe Cafisi. Dall'ingresso maggiore del tempio entrava un
gruppetto di gente che gli presentava, per lavarlo con l'acqua santa del
battesimo, un neonato, frutto dell'unione del di lui fratello dott.
Salvatore Cafisi e di Isabella Franco. Lo reggeva sul sacro fonte il sac.
anziano Michelangelo Avenia e qui venne chiamato Ignazio. Così come il
padre, lo zio arciprete Giuseppe seguì l'infante nella crescita.
Da chierico servì la parrocchia favarese e poi conobbe le lettere, la
facoltà di teologia al seminario girgentino, i canoni nel collegio dei SS.
Agostino e Tommaso, fino a che venne dottorato alla Minerva di Roma, dove si
condusse nel 1790 ed dove, dal cardinale Pignatelli, venne presentato al
Papa Pio VI.
Ornato dal sacerdotale ordine, gli vennero trasmessi dallo zio Giuseppe i
germi dell'eloquenza di Boccadoro.
Da sacerdote assistette nel 1802 alla morte di detto carissimo zio ed al cui
sepolcro sovrappose una lapide con inciso semplicemente il nome.
Fu eloquentissimo sul pergamo.
Ottenne la cappellania di Maria SS. del Rosario, poi il beneficio del
Transito e nel maggio del 1808 l'arcipretura della parrocchia di Favara,
come successore del sac. d. Domenico Rosa.
Sostenne con zelo le cure del suo gregge, quando nel 1829 il vescovo di
Agrigento mons. Pietro D'agostino lo chiamò come canonico della cattedrale.
Nel tempo in cui coadiuvò quel prelato nella diocesi girgentina venne eletto
vescovo in partibus infidelium di Eno, un dì terra dei mitici greci.
Venne consacrato in Palermo nella chiesa della Martorana dall'eminente
arcivescovo Gravina e dai vescovi Natale e Benso.
Quale ausiliare del vescovo di Agrigento, visitò più volte la diocesi finché
sul finire del 1843 venne colpito da lungo e ferale morbo. Fece ritorno
quindi a Favara per vivere gli ultimi giorni fra le cure ed i conforti dei
suoi nipoti, figlioli del defunto fratello Stefano. Il 10 aprile 1844, dopo
circa quattro mesi di sofferenze rese l'anima al Creatore. Nella chiesa
parrocchiale ricevette solenni esequie e l'arciprete Antonino Salvaggio
lesse la funebre orazione. In suo onore venne eretto nella preesistente
madrice un magnifico mausoleo con l'iscrizione:
OCCIDIT PROH DOLOR ENENSIS EPISCOPVS, ATQVE FUNERAT PARENTES
LACRVMIS ET ORA VIRVM.
La salma venne trasportata e
tumulata nella cattedrale di Girgenti.
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 Giudice
Antonio
nacque a Favara il 20 agosto 1870 dal notaio Antonio e Rosalia Dulcetta.
Avvocato, senti la chiamata al sacerdozio e frequentò gli studi teologici a
Roma, dove conseguì la laurea in diritto canonico presso l'Università
Gregoriana.
Fu ordinato sacerdote il 13 giugno 1897 e nello stesso anno nominato economo
curato dell'unica parrocchia di Favara.
Per l'avanzata età dell'arciprete Carlo Valenti, il 28 aprile 1905 fu
nominato arciprete di Favara dal Vescovo di Agrigento Mons. Bartolomeo
Lagumina, il quale gli affidò l'incarico di professore del Seminario di
Agrigento e Ciantro della cattedrale.
Fu Decano del Capitolo ed insignito del titolo di Cameriere Segreto e
Protonotaro Apostolico dal Papa Pio XI.
Il suo nome è legato all'Oratorio Mons. Antonio Giudice, che fermamente
volle costruire a sue spese (£.250.000) per il suo ardente desiderio di
offrire ai giovani un'opera per la loro formazione religiosa e morale.
L'oratorio venne costruito su terreno donato dalla lontana parente donna
Gesuela Giudice tre anni prima della sua morte avvenuta nel 1934 (v.
articolo) e venne inaugurato il 2 settembre 1923. Da quel momento
l'oratorio divenne il centro spirituale della città di Favara, contribuendo
alla formazione di tanti giovani.
Quando il fascismo totalitario avocò a se l'educazione dei giovani e nel
luglio 1931 ha sciolto le associazioni della Gioventù Cattolica,
l'assistente ecclesiastico sac. Filippo Iacolino (divenuto poi vescovo di
Trapani - v. articolo)
ed il presidente dell'oratorio Salvatore Pirelli opposero una dura
reazione, sfidando la minaccia del confino da parte dei gerarchi fascisti.
Mons Antonio Giudice è morto l’8 febbraio 1938. |
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Guttadauro Bernardo,
dell'ordine della Stretta Osservanza di S. Francesco (osservanti
riformati), come ci dicono gli storici, nacque nel 1580 a
Favara.
Dai
Riveli del 1593 custoditi presso l’Archivio di Stato di Palermo
risulta che a Favara nella seconda metà del 1500 vivevano Matteo
Guttadauro (nato nel 1553 ca.) con la moglie Cristina e i figli
Paolo di 13 anni, Francesco di 11, Girolamo di 3, Maria e
Angela. Risulta probabile che il Bernardo (o Bennardo) sia stato
il nome religioso assunto da Paolo, nato, appunto, nel 1580.
Il servo
di Dio è menzionato dal Tognoletto nella sua opera "Il Paradiso
Serafico" edito nel 1667.
Rocco
Pirri nella sua “Sicilia sacra” ha scritto: "Fu teologo, due
volte provinciale in Sicilia, una volta in Calabria, visitatore
apostolico delle province di Roma, Napoli e Sicilia, scrisse
anche qualche operetta ".
Dall'elogio funebre letto nella Chiesa di Sant'Antonino in
Palermo dal gesuita p. Francesco Principato si rileva che il
Servo di Dio non mangiò mai carne, camminava sempre a piedi,
prendeva breve sonno sopra una nuda tavola, in coro non si
sedeva mai, una volta la settimana flagellava sino al sangue le
sue carni, osservava in perpetuo il silenzio e il digiuno.
Noto in
Sicilia per le lettere e la pietà, p. Bernardo morì con fama di
santità a Palermo il 17 luglio 1658
e fu seppellito nel convento di Sant’Antonino (ancora oggi
esistente a sud-est della porta di Maqueda) in luogo distinto.
Il suo cappuccio, testimonia il Pirri, è stato molto spesso
efficace rimedio per gli infermi. |
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Iacolino
Filippo
nacque il 7 giugno 1895 a Favara da Domenico e Giovanna Vullo.
Tornato dalla dura prigionia
sofferta in Germania, fu ordinato sacerdote e nominato
assistente dell'oratorio Mons. Giudice e rettore della chiesa di
S. Vito di Favara.
Nell'ottobre 1930 fu chiamato ad
insegnare nel seminario vescovile di Agrigento e poi nominato,
dapprima Maestro di spirito e dopo rettore dello stesso
seminario dal 1935 al 1947.
Già canonico statutario della
cattedrale e prelato domestico, nel 1947 succedette a mons.
Sutera nella carica di vicario generale, ma solo per pochi mesi,
infatti il 28 dicembre 1947 fu consacrato vescovo nella
cattedrale di Agrigento ed assegnato alla Diocesi di Trapani.
Persona di grande umiltà, nascondeva le insegne episcopali sotto
l'abito talare, preferendo apparire come un semplice sacerdote.
Stefano Pirrera, discepolo e
compaesano del vescovo ricordava così il "rettore di ferro":
"Vivere con la sola ambizione del compimento scrupoloso del
proprio dovere, inculcando nei più giovani il senso di
responsabilità e di sacrificio".
Con la sua profonda umiltà, unita
alla fermezza, conquistò i cuori dei seminaristi e dei giovani
del Circolo A. Manzoni di Favara, dei quali, con Salvatore
Pirelli divenne un vero forgiatore di anime cristiane.
Mons. Iacolino e Pirelli, furono
oggetto di persecuzione fascista perché avevano dato vita ad un
rigoglioso movimento giovanile, di Azione Cattolica. Il
tempestivo e autorevole intervento del vescovo di Agrigento
mons. Bartolomeo La Gumina fece in modo che un iniquo
provvedimento lanciato sulla sua persona non trovasse
attuazione.
In seno al Circolo Manzoni,
all'insegna dell'operosa Carità Cristiana, sorse la Conferenza
di "S. Vincenzo". Mons. Iacolino e Gaetano Miccichè,
cominciarono a visitare le famiglie più facoltose di Favara,
chiedendo un'offerta mensile ed esse divennero i primi soci
contribuenti. Ai loro contributi si aggiungevano le offerte
ricavate dalle collette tra i confratelli. Sorse così la "S.
Vincenzo" a Favara, confidando della Divina Provvidenza che non
è mai venuta meno.
Mons. Iacolin offrì la propria vita per il bene del suo
popolo, per tutte le anime a lui affidate, come padre e pastore.
Mons. Filippo Iacolino morì compianto per il suo breve, ma
eroico apostolato, nel sanatorio Buccheri La Ferla, a Palermo,
il 21 luglio 1950 ed è sepolto nella cattedrale di Trapani.
Dai ricordi personali scritti da Gaetano Miccichè (di Stefano e
Giuseppa Mendola) consegnatimi dalla gent.ma figlia signora
Graziella spos. Fanara. |
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Licata
Giosuè
nacque il 17 dicembre 1762 in Favara da Antonino e Carmela
Giudice; fratello dell’avv. Biagio, quest’ultimo nonno del barone
Antonio Mendola e di Biagio iunior principe di Baucina.
Dotato di altissimi talenti e di profondo sapere, fu considerato
uno dei maggiori filosofi della Sicilia. Fu decano del Capitolo della
Cattedrale di Girgenti e, dopo la morte del vescovo D'Agostino, vicario
capitolare della Diocesi. Sebbene sollecitato dalle Autorità
governative, dalle quali era tenuto in notevole considerazione, rinunciò
più volte l'offerta per la sua elezione a vescovo.
Mons. Giosuè Licata si
spense il 5 dicembre 1843. |
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Petta
Alessandro
nacque il 28 dicembre 1818 in Favara dal medico Agatino e
Michela Fidirichello, famiglia benestante di origine greco-albanese.
Sesto di otto figli, Agatino volle dare il nome del nonno notaio.
Abitava nel piano della Madrice (piazza Vespri), in un palazzo signorile
demolito alla fine degli anni "50 dello scorso sec. (dove oggi si trova
il Banco di Sicilia).
Come si evince dai Riveli del 1748, detto palazzo era stato già
abitato da Filippo Petta, bisnonno del notaio Alessandro, figlio di
Stefano e Margherita da Mezzoiuso (PA), venuto a Favara intorno al 1740,
con la moglie Domenica Virga di Lercara, da cui ebbe sei figli.
Il canonico Alessandro (nome di battesimo Salvatore Antonio
Alessandro Innocenzo) fu dottore in Giurisprudenza e discepolo
prediletto del dotto teologo De Castro. Quando Petta sostenne l'esame di
laurea a Palermo, la Commissione esaminatrice, a seguito del brillante
risultato, volle conferire la laurea ad honorem al suo maestro De
Castro.
Fu canonico penitenziere della Cattedrale di Girgenti. Per 32 anni
insegnò dogmatica nel corso teologico del Seminario di detta città.
Fu seguace del gesuita spagnolo Molina sull'accordo del libero arbitrio
con i doni della Grazia.
Affetto da emottisi, all'età di 58 anni,
tornò a Favara, dove morì il 27 luglio 1877. Il suo corpo è
stato sepolto nella chiesa dell'Itria, dove ancora oggi si trova un
mezzo busto marmoreo (v. foto). Il libro di Giovanni Lentini: Favara
dalle origini ai nostri giorni, tip. E. Gallo, 1965, da cui è stato
parzialmente estratta la presente biografia, a pag. 133 riporta che
alcuni suoi manoscritti sono custoditi nella nostra biblioteca comunale
(in realtà di questi, oggi non si trova traccia). |
|
Re
Bernardino
(nome di battesimo Salvatore) nacque in Favara il 23 ottobre
1883 da Calogero e Carmela Lentini. Il padre Calogero era
murifabro titolare di una impresa edile ed ha costruito in
Favara il bevaio di Giarritella tra il 1885-1886
(v. art. Fonti e bevai).
Mons. Bernardino Salvatore Re fu provinciale dei Cappuccini
della Sicilia. Fu consacrato vescovo a Monreale il 20 maggio 1928 ed
assegnato alla Diocesi di Lipari, a sostituire la grande perdita di
Mons. Angelo Paino, dove svolse per 35 anni, fino al 1963, il suo
fecondo apostolato, rinunziando il trasferimento in altre prestigiose
diocesi.
Presto Lipari si rianimò con l'avvento di Mons. Re, superiore
illuminato, di ingegno poderoso, di memoria tenace, di ardimento
singolare, di zelo apostolico instancabile, dalle innumerevoli e
prestigiose realizzazioni. Mons. Re era ammirato per la sua oratoria ed
amato per le sue virtù.
Morì ottantenne, il 15 gennaio 1963 a Lipari, dove si trova sepolto
nella cattedrale di S. Bartolomeo.

Tomba di mons. Bernardino Re nella cattedrale S.
Bartolomeo di Lipari
(inviata da Michele Benfari) |
|
 Salvaggio
Antonino nacque a Favara il 29 aprile 1792, terzo di nove figli
(cinque maschi e quattro femmine) di Giuseppa Carzarano e Francesco
Salvaggio, quest'ultimo contadino, di umili ascendenti, ma borgese,
dalle condizioni economiche tali da potere avviare il figlio Antonino al
sacerdozio.
Francesco Salvaggio, come secondogenito maschio, secondo le usanze del
tempo, ha voluto dare il nome del suocero Antonino Calzarano.
Quella di Antonino Salvaggio è una discendenza plurisecolare a Favara, anzi,
possiamo definire la famiglia fra le più antiche; basta pensare che nei
registri parrocchiali, dalla sua nascita, avvenuta il 29 aprile 1792, a
ritroso, sono state riscontrate sette generazioni, fino ad un Andrea nato
nel 1558 e sposato con una Margherita. Oltre non si è potuto andare,
considerato che i registri parrocchiali sono stati resi obbligatori con il
Concilio di Trento nel 1565.
Fin da ragazzo, contro uno scarso sviluppo fisico, mostrò una singolare virtù
d’animo, una straordinaria forza d’ingegno. È stato insigne alunno
presso il celebre convento del SS.
Agostino.
Fu per la prima volta arciprete a S. Angelo Muxaro (1816-1820) e rettore della
chiesa di S. Francesco. Divenne arciprete a Favara il 23 marzo 1830,
essendosi resa la sede vacante per il trasferimento ad Agrigento di don
Giuseppe Cafisi.
Possedeva un tenimento di case nella pubblica piazza, confinante con il
magazzino di Stefano Cafisi e con le case di suor Maria Teresa Tigano, che
ha venduto il 2 marzo 1838 al Barone Giuseppe Mendola.
Nei borri del 1838-39
dell’archivio di Stato di Agrigento risulta, inoltre, che Antonino risiedeva
nel vicolo Pupello, più precisamente in un piccolo corpo di case situato nel
cortile Spina comprendente un catodio ai nn.12 e 13 e un appartamento
di 3 stanze con scala, cucinetta, astrachino e
camerino al n.13 ed altro catodio al n.14.
Nel 1836 entrò in società con Giuseppe Mendola, con Angelo Camilleri,
Giovanni Poli e Agatino Petta per la gestione di una zolfara in contrada
Ortata, a Favara, denominata
la zolfara di Camilleri, limitrofa a quella di Carmela Contino.
Don Antonino era una persona
dinamica, dai molteplici interessi, dalla religione alla politica, dalle
lettere all’agricoltura: un perspicace arrampicatore sociale, osservante
della monarchia per forza di cose, ma pronto ad abbracciare ideali liberali
e antimonarchici.
In pochi anni don Antonino divenne protagonista del clero borghese e
personaggio di spicco tra le istituzioni favaresi.
Quando, il 12 gennaio 1848, scoppiò in Palermo il primo focolaio
antiborbonico, don Antonino aveva 57 anni ed era arciprete a Favara da ben
18 anni, un tempo più che sufficiente per entrare nei meandri della
politica. Non è un caso se il 20 febbraio 1850 il re Bomba Ferdinando
II gli scrisse una lettera per avere informazioni
in merito al ruolo svolto durante il periodo rivoluzionario dal marchese
Giuseppe Cafisi, che era stato eletto deputato al nuovo Parlamento
siciliano. Con garbo e diplomazia così gli rispose:
<<Sotto il numero di cento concorsero alla elezione di un deputato che
appena arrivato a Palermo fece ritorno senza volere ripigliare il posto,
cosicché nemmeno fu presente all’atto illegale firmato per timore dagli
altri rappresentanti>>.
Evidentemente era valsa poco la lettera inviata il 7 maggio 1849 dal
Decurionato favarese e dal sindaco al monarca, di solenne sommessione,
sottomissione, ubbidienza, fedeltà e omaggio
(v. fra le curiosità storiche:
Atto di obbedienza del Comune di Favara).
La sua indole monarchica, è testimoniata da alcune sue composizioni dedicate
già nel 1829 al re Francesco I.
Con l’ultima rivoluzione antiborbonica sotto la dittatura di Garibaldi, il
giovane Francesco II perse il regno. In tale periodo don Antonino manifestò
sentimenti patriottici e liberali.
Nel giugno 1860, assieme al barone Antonio Mendola e l’avv. Antonio Miccichè,
ex deputato siciliano dal 1848, si recò a Palermo, delegato dal Comune, a
portare un tributo in denaro ed altro a Giuseppe Garibaldi. Così ha scritto
nei suoi diari intimi il barone Mendola
(Come riportato nel libro
"Giustizia
e verità nella vita del barone Antonio Mendola -
dai suoi diari intimi":
<< Le case ardevano ancora, le impronte della ribellione erano vivissime.
Si sentiva quasi l’odore e si vedeva il fumo della polvere. Porta di
Termini, da dove anch’io sono entrato, era tutta segnata dalle stimmate
guerresche delle palle. Non dimenticherò mai la prima presentazione.
Garibaldi era insediato, quando lo visitammo, nella grande stanza sopra
Porta Nuova, verso Mezzo Morreale. Garibaldi era un bell’uomo. Io lo vidi la
prima volta a capo scoperto; ne ricevetti una impressione meravigliosa.
Appena entrati l’arciprete Salvaggio, che era poeta e facilmente
commovibile, si inchinò quasi a terra e fece atto di baciargli la mano.
Allora Garibaldi divenne serio, quasi arcigno, si tirò indietro e disse: -
Alzatevi signore, questo è atto da schiavi, la tirannide borbonica vi ha
bollato di troppo -. L’arciprete, mezzo inebetito, si levò e allora il
generale, ripresa l’abituale dolcezza, tosto gli strinse la mano,
soggiungendo: -Così siamo buoni amici!-” ...>>.
L'evento storico dei
Mille ispirò don Antonino Salvaggio nella stesura di un dramma su Rosolino
Pilo, dove ha celebrato la grandezza dell’animo manifestata dai patrioti
siciliani e la lotta che essi sostennero contro le subdole e maligne arti
della polizia borbonica, che non rifuggì d’alcun mezzo disonesto e malvagio
pur di abbattere e domare la rivoluzione e i rivoluzionari. Nel dramma gli
avvenimenti storici sono mescolati ad eventi di pura invenzione, come quello
del sacerdote Domenico, con cui raffigura e dipinge se stesso con i suoi
generosi sentimenti e gli impeti d’amor patrio. Di don Domenico viene detto
che ha offerto alla patria la sua vita, i suoi beni, la sua famiglia e che
nella provincia di Girgenti ha adunato ed ordinato la squadra degli insorti.
Con la figura del prete patriota il Salvaggio sosteneva che il sacerdote non
cessa di essere cittadino perché prete e, in quanto tale egli deve amare la
patria più di se stesso e della propria famiglia. Don Domenico non parlava
mai di Dio né di religione nel suo attivismo rivoluzionario, anelava, però,
a sublimare il suo rapporto con l’Eterno attraverso la ricerca della
libertà, che credeva di avere trovato nel grande sogno che gli faceva vivere
l’epopea garibaldina.
Don Antonino ha
dovuto far fronte per due volte al triste periodo epidemico del colera
morbus che colpì Favara e la Sicilia nel 1837 prima e nel 1867 poi, e in
questa seconda ondata più volte ha richiamato i rettori delle chiese
sacramentali di Favara al proprio dovere, ma, come da lui scritto, tutti i
preti facevano a gomitate per confessare solo donne e gridavano,
strepitavano se non gli si dava facoltà; di contro nessun aiuto portavano
agli infermi; tutti fuggivano, non si recitava più officio, non si udivano
altro che grida.
In tali circostanze
don Antonino ha dovuto far fronte al fanatismo religioso. In quel
periodo non esistevano ancora i cimiteri a Favara ed i cadaveri venivano
inumati nelle chiese, in fosse comuni, perché ritenuti luoghi sacri.
Nonostante i solleciti ministeriali, degli intendenti prima e dai prefetti
poi, il
popolazzo e, di conseguenza gli amministratori non accettavano la
sepoltura dei congiunti fuori le chiese. Durante il colera del 1867 le
chiese all’interno dell’abitato vennero tutte interdette dalle sepolture e
venne individuato come unico luogo per questo triste rito funebre l’antica
chiesetta di S. Francesco sulla omonima collina, ormai abbandonata e
crollante. Il fanatismo era tale che di notte qualche famiglia benestante
fece esumare la salma del proprio congiunto e clandestinamente la fece
trasportare nella cripta della madrice. All’indomani mattina l’arciprete
Salvaggio si accorse della botola murata di fresco e con l’intervento dei
RR. carabinieri, del medico sanitario e dei becchini, dopo le opportune
verifiche, fece cospargere di calce viva il defunto e poi lo fece riportare
a S. Francesco. Seguirono poi gli arresti dei responsabili.
Ma Antonino Selvaggio
fu anche studioso, cultore delle lettere e delle scienze. Sono sue alcune
notizie pubblicate nell’importante Dizionario Topografico della Sicilia
dell'abate Vito Amico, sulla demolizione, dopo il 1830, dell’ultima torre
della cinta muraria fortificata del castello chiaramontano di Favara
(notizia purtroppo errata, perché la torre, ancora oggi esistente, non è
stata demolita, ma inglobata nell’edificio ottocentesco di residenza del
citato deputato Giuseppe Cafisi).
Antonino Selvaggio fu
amico del poeta e professore nelle Università di Cagliari e Bologna Giuseppe
Regaldi, che ospitò a Favara negli ultimi di maggio 1842.
Padre Giovanni
Lentini
riferisce che del Salvaggio si conservano nella biblioteca comunale di
Favara le seguenti opere:
a) Le
avventure dell’arabo Buzadorah, un lungo racconto diviso in tre parti;
b) Uno studio
sulla rivoluzione scoppiata in Palermo nel settembre 1866;
c) Ifigenia in
Malta,
dramma in versi in tre atti;
d) L’italia del
1870.
e) Pipino e
Stefano II;
dramma in 5 atti con l’aggiunta di una nota storica per l’intelligenza del
dramma;
f) il Cristo;
rappresentazione drammatica in 10 atti e 10 cori; ed. 1864 e rappresentata
nel 1865 in Favara e a Palma di Montechiaro. Nei primi anni del 1900, è
stata rappresentata ed applaudita nei principali teatri d’Italia.
g) Un episodio
storico del settembre 1866;
h) Carme in morte
del conte Cavour;
i) Rosolino Pilo a
S. Martino; dramma in 5 atti, ed. Palermo nel 1865, criticato nel
1904 da G. Romano-Catania, di cui scrive che delinea e ritrae i sentimenti
patriottici in una maniera infantilmente ingenua e spesso un pò volgare;
il carattere dè suoi personaggi non è ben designato e colorito, anzi essi
son tutti d’un pezzo, senza gradazione e sfumatura alcuna, e perciò, come ho
già notato, il dramma non ha valore artistico. Senonché esso ha, sotto
taluni aspetti, l’importanza di un documento storico.
Agli elencati lavori,
oltre al manoscritto in oggetto sulla coltura dei meloni d’inverno nella
provincia di Agrigento, conservato pure nella biblioteca comunale di Favara,
sono da aggiungere:
l) Relazione
dell’omaggio di Favara A.S.S.R.M. Francesco I, in ringraziamento di avere
conservato il Val di Girgenti, ed. presso Vincenzo Lipomi, Agrigento
1829;
m)Orazione in
morte di Monsignore Ignazio Cafisi, Vescovo di Eno, ed. presso Francesco
Lao, Palermo 1844.
Pare che quando
l'arciprete Salvaggio è stato posto forzatamente in quiescenza, per protesta
si sia barricato in chiesa facendo abbastanza rumore.
Monsignor Salvaggio resse la matrice per 44 anni, 4 mesi e 16 giorni, cioè
fino alla morte, avvenuta il 9 agosto 1874, alla veneranda età di 82
anni, nella fase apicale del Risorgimento, e mentre il suo corpo veniva
tumulato nella chiesa dell’Itria
dal sacerdote don
Carmelo Lombardo col concorso tutto il clero favarese, l’astro
nascente dell’Unità d’Italia irradiava i suoi primi raggi calorifici
V. il libro di Antonio
Matina: I segreti di don Nino -
Manoscritto del 1842 di
don Antonino Selvaggio sulla coltivazione del Meloni d'inverno, ediz.
Lussografica, 2008. |
|
Sutera
Antonio
– Dopo la parentesi dei Lazzaristi, al termine della guerra, in seminario si
tornò, per così dire, all’ordinaria amministrazione e quindi i superiori
vennero scelti tra il clero locale; fu nominato perciò rettore il sac.
Antonio Sutera da Favara.
Antonio Sutera nacque il 21 gennaio 1878 da umili genitori:
Diego e Carmela Lombardo. Diego discendeva da Gaspare e Francesca, genitori
di otto figli, dimoranti nei pressi della chiesa del Carmine nel periodo a
cavallo fra la seconda metà del 1600 e la prima metà del 1700.
Antonio frequentò le scuole nel seminario agrigentino e fu
ordinato sacerdote nel luglio del 1902. Il 12 novembre 1902 fu ammesso come
convittore con l’uso delle insegne dei collegiali (che erano rappresentate
da una sottana di color violaceo con bottoni rossi ed una stola cremisina,
larga sei o otto dita, piegata dinanzi al petto e cadente dall’una e
dall’altra spalla sino all’estremità della sottana).
Terminati gli anni del Collegio, tornò a Favara
(v.
il suo intervento sulla costruzione del campanile della chiesa del
Purgatorio), dove si dedicò a
quell’apostolato verso le anime religiose e la casa del Signore, che
l’accompagnerà per tutta la vita.
Fu infatti Rettore della chiesa del Collegio per quasi tutto
il tempo della sua permanenza a Favara; sentì anche le conseguenze della
guerra del 1915-1918 e fu richiamato come soldato di sanità.
Al termine della guerra, il vescovo Lagumina, che l’aveva
conosciuto soprattutto nelle lunghe soste estive al seminario di
villeggiatura, lo chiamò a reggere il seminario favarese nei momenti
particolarmente difficili della ricostruzione nel dopoguerra.
Quasi tutti i teologi ed i filosofi e qualcuno anche del
ginnasio, avevano dovuto lasciare la pace della pietà e degli studi del
seminario ed erano stati sballottati su tutti i fronti del conflitto nei
vari corpi, sulle nevi delle alpi o nelle pianure del Piave e dell’Isonzo.
Tornavano in buon numero con l’esperienza dolorosa di anni tragici, in cui
la loro giovinezza si era maturata sull’incudine di infinite sofferenze
fisiche e morali, ma nei quali la loro formazione seminaristica aveva subito
un violentissimo scossone.
Per il vescovo il sac. Sutera, alla prudenza, sembrò l’uomo
della situazione ed a lui con fiducia affidò le sorti di quell’istituto, che
era senza dubbio il cuore del suo cuore. Mons. Sutera, coadiuvato dal
vice-rettore sac. Paolo Cucchiara e dal maestro di spirito, un padre
redentorista dalla figura ascetica e profonda vita interiore, p. Antonio
Spaziani; riuscì infatti a superare quel delicato periodo di transizione che
va dal 1918 al 1925 ed a fondere in unica famiglia i reduci dal fronte e le
nuove reclute del santuario.
Durante il rettorato di mons. Sutera sono degni di nota
alcuni avvenimenti eccezionali per la vita del seminario e della diocesi:
così la Messa d’oro del vescovo, celebrata in seminario il 22 dicembre 1922
con una solennissima accademia, nella quale tenne il discorso ufficiale
l’arciprete dott. A. Ficarra.
Non si può trascurare la visita fatta in Girgenti ed in
particolare al seminario dal rev.mo mons. Angelo Roncalli, allora presidente
del Consiglio centrale per l’Italia della Pontificia Opera della
propagazione della fede, poi per ammirabile disegno della divina
provvidenza Papa Giovanni XXIII. Egli giunse alla stazione l’11 maggio 1923,
alle 16.15, e fu subito accompagnato tra gli altri dal rettore del seminario
can. Sutera ed in seminario tenne alle 17 una conferenza ad un eletto
uditorio, composto di ecclesiastici e laici. Mons.
Roncalli, simpatica figura di oratore, che dedicò tutta la sua attività e
l’entusiasmo della sua anima buona alla propagazione della fede, parlando
con vera competenza e con cuore di apostolo, trattenne per più di un’ora
l’uditorio, con parole facili ed eleganti.
Altre feste solenni furono tenute nel dicembre del 1923 per
celebrare il giubileo argenteo dell’episcopato di mons. Lagumina.
Degno di nota anche il pellegrinaggio, che in occasione del
Giubileo del 1925, si organizzò in Sicilia per Roma dal 9 al 13 settembre;
parteciparono 150 agrigentini, tra cui una decina di chierici, guidati dal
rettore, sotto la presidenza del vescovo. Nel frattempo il rettore era stato
nominato il 27 dicembre 1923 canonico della cattedrale con la prebenda di S.
M. dei Greci, rimasta vacante per la promozione del can. Vito Mangiapane
all'arcipretura di Cammarata, suo paese natale.
Nel 1928, nel decimo anno del rettorato del can. Sutera una
grande tempesta si abbatté sul seminario; venne inviato come visitatore
apostolico il cappuccino veneto mons. Ermenegildo Pasetto, uomo
indubbiamente rigido e la difesa agrigentina si sentì umiliata ed
addolorata. Fu infatti disposta la chiusura del seminario e tutti gli alunni
il 23 agosto (alla vigilia dell’onomastico del vescovo) mandati in famiglia,
in attesa di disposizioni; i superiori e cioè il rettore can Sutera, il
vice-rettore sac. Paolo Cucchiara, il maestro di spirito p. Alessandro
Bazzana redentorista vennero esonerati dall’incarico e si pensò alla scelta
di nuovi superiori, nelle cui mani porre le sorti del seminario.
Nei primi di ottobre tutti gli alunni della teologia vennero
inviati nel seminario di Acireale, dove era ancora vivissimo il ricordo del
primo vescovo, l’agrigentino mons. Gerlando Genuardi e dove i profughi
agrigentini furono accolti con affetto fraterno. Gli studenti del liceo
vennero mandati al seminario di Caltanissetta.
Il Seminario si riaprì in Girgenti solamente con gli alunni
del ginnasio (che assommarono ad una sessantina) e con superiori e
professori nuovi.
È facile immaginare le insinuazioni e le malignità, che si
diffusero tra i superficiali, sempre pronti, specialmente quando si tratta
del clero, a costruire calunniosi castelli di carta. Forse qualche elemento
tra i professori non vedeva di buon occhio la persona del rettore, ritenuto
inferiore nell’intelligenza e nella cultura; piccole rivalità tra i prefetti
delle camerate ed alimentate dalle due compagnie della Madonna e del Papa,
costituite tra i seminaristi, avrebbero influito a generare sospetti
nell’animo del Pasetto, che, completamente all’oscuro dell’anima siciliana,
si decise al grave provvedimento.
Ad ogni modo il Can. Sutera continuò a godere l’illimitata
fiducia del vescovo Lagumina che gli affidò incarichi in Curia e la Rettoria
di S. Giuseppe (mutatasi poi in quella di S. Domenico), dove profuse i
tesori della sua anima zelante e pia. La stessa fiducia fu accordata al can.
Sutera dal vescovo Peruzzo, succeduto, nel 1932, a Lagumina; questi infatti
lo nominò direttore dell’ufficio amministrativo diocesano ricostituito con
indirizzi più moderni. Nel 1936 fu promosso tesoriere del Capitolo e nel
1938 Arcidiacono. Nel 1942 divenne ciantro, essendo stato elevato alla sede
vescovile di Piazza Armerina mons. Antonino Catarella, cui succedette anche
nel vicariato generale della Diocesi. Anche in questi posti di
responsabilità mons. Sutera rimase sempre di profonda umiltà, di cortese
affabilità con tutti, amico del ricco e del povero, del nobile e del
popolano.
Mons. Antonio Sutera morì a Favara il 3 marzo 1948, a 70
anni, dopo alcuni mesi di malattia. Celebrandosi il Trigesimo nella Chiesa
di S. Domenico, che lo ebbe per vari anni premuroso e zelante rettore, il
can. A. Noto ricordandolo, con commosse parole disse: <<La serenità dello
spirito retto ed equilibrato traspariva anche dalla sua andatura solenne,
maestosa senza ricercatezza, ieratica senza infingimenti, modesta senza
ipocrisia. Rallegrava il vederlo avvolto nell’ampio ferraiolone alla
siciliana, che l’avvolgeva come una toga, come gli antichi romani; sacerdote
all’antica d’una purezza senza macchia e senza paura, formatosi ad una
rigida scuola di mortificazione e poi vissuto sempre tra i gigli del mistico
giardino di Cristo. Appunto per questa sua limpida serenità le anime,
specialmente religiose, trovavano in lui, confessore o direttore spirituale,
lo sprone ad una vita sempre migliore. I 70 anni di mons. Sutera trascorsero
tutti nel servizio di Dio, del vescovo e delle anime >>.
Il 10 aprile 1961, nell’occasione del 350mo anno della
fondazione del seminario nell’antico steri chiaramontano, mons. G. B.
Peruzzo, ai 200 sacerdoti convenuti, ricordava tra i sacerdoti più
meritevoli del suo episcopato, accanto ai vescovi Ficarra e Jacolino, ai
professori del seminario De Simone e Parisi, anche mons. Sutera, di cui lodò
soprattutto la pietà sacerdotale, la prudenza ed il silenzio mantenuto,
anche quando poteva e, secondo molti, doveva parlare: ... non volle
parlare, pur sapendo tante cose utili, anche alla sua difesa; preferì tacere
sempre, per non aggravare la situazione delicata del vescovo; uomo di
fedeltà a tutta prova, degno d’imperituro ricordo.
Notizie tratte da Angelo Noto, Notizie storiche del
seminario di Agrigento: 1860-1963, ediz. del Seminario, Agrigento, 1963.
|
MILITARI
|
Militari favaresi caduti per la Patria nella
prima guerra mondiale |
|
1 |
ten. col. |
Stuto Giuseppe |
138 |
sold. |
Iacono Carmelo Antonio |
|
2 |
cap.no |
Vaccaro avv. Antonio |
139 |
" |
Indelicato Andrea |
|
3 |
ten. capp. |
Lentini sac. cav. Antonio fu G.ppe |
140 |
" |
Indelicato Domenico |
|
4 |
s. ten. |
Bosco Calogero |
141 |
" |
Indelicato Giuseppe |
|
5 |
" |
Bosco Giuseppe |
142 |
" |
Infurna Calogero |
|
6 |
" |
Bruccoleri Calogero di Giuseppe |
143 |
" |
La Rocca Calogero di Calogero |
|
7 |
" |
Callea Giovanni |
144 |
" |
Landone Calogero |
|
8 |
" |
Castronovo Calogero |
145 |
" |
Lauricella Giuseppe |
|
9 |
" |
Giglia Antonio di Angelo |
146 |
" |
Lentini Gaetano |
|
10 |
" |
Iacono Antonio di Girolamo |
147 |
" |
Lentini Gaetano Carmelo |
|
11 |
" |
Sgarito Giuseppe |
148 |
" |
Lentini Luigi |
|
12 |
" |
Saieva Pietro fu G. |
149 |
" |
Lentini Pietro di Calogero |
|
13 |
asp. uff. |
Santamaria Calogero |
150 |
" |
Leone Nicolò |
|
14 |
serg. |
Contino Antonio |
151 |
" |
Licata Gaetano |
|
15 |
" |
Maddi Giuseppe |
152 |
" |
Limbrici Antonio |
|
16 |
" |
Sardo Rosario |
153 |
" |
Liotta Gaetano |
|
17 |
c. magg. |
Campione Rosario |
154 |
" |
Liotta Raimondo |
|
18 |
" |
Cascio Carmelo di Antonio |
155 |
" |
Lo Conti Vincenzo di Luigi |
|
19 |
" |
Castronovo Leonardo |
156 |
" |
Lombardo Carmelo di Antonio |
|
20 |
" |
Crapanzano Gaetano |
157 |
" |
Maddi Salvatore |
|
21 |
" |
Piscopo Filippo |
158 |
" |
Magro Calogero |
|
22 |
" |
Sferlazza Salvatore |
159 |
" |
Mainiente Giuseppe |
|
23 |
" |
Sgarito Rosario |
160 |
" |
Mammona Filippo di Giuseppe |
|
24 |
caporale |
Agliata Antonio |
161 |
" |
Mancuso Nicolò |
|
25 |
" |
Attardo Giuseppe |
162 |
" |
Mandracchia Gaetano |
|
26 |
" |
Bellavia Calogero |
163 |
" |
Marchese Carmelo |
|
27 |
" |
Bellomo Calogero |
164 |
" |
Marchica Giovanni di Giuseppe |
|
28 |
" |
Bosco Calogero |
165 |
" |
Maria Filippo di Francesco |
|
29 |
" |
Daniele Calogero |
166 |
" |
Marino Giuseppe |
|
30 |
" |
La Manna Emanuele |
167 |
" |
Marotta Pietro di Giovanni |
|
31 |
" |
Maria Salvatore |
168 |
" |
Marotta Salvatore di Salvatore |
|
32 |
" |
Mazza Alfonso |
169 |
" |
Marrone Michele |
|
33 |
" |
Sicilia Calogero |
170 |
" |
Mazza Gaetano di Giovanni |
|
34 |
" |
Stancapiano Carmelo |
171 |
" |
Mendolia Antonio |
|
35 |
" |
Vullo Luigi di Luigi |
172 |
" |
Mendolia Calella Giacomo di Ant. |
|
36 |
soldato |
Adamo Angelo |
173 |
" |
Mendolia Giacomo |
|
37 |
" |
Adamo Giovanni |
174 |
" |
Messina Salvatore |
|
38 |
" |
Agliata Gerlando |
175 |
" |
Messinese Giovanni |
|
39 |
" |
Agliata Girolamo di Michele (1) |
176 |
" |
Miceli Pasquale |
|
40 |
" |
Agliata Giuseppe di Giuseppe |
177 |
" |
Milia Giuseppe di Giuseppe |
|
41 |
" |
Airò Farulla Calogero di Calog. |
178 |
" |
Monachello Giuseppe |
|
42 |
" |
Alaimo Calogero |
179 |
" |
Monachello Giuseppe |
|
43 |
" |
Alaimo Carmelo di Domenico |
180 |
" |
Montalbano Giuseppe di Gius. |
|
44 |
" |
Alba Antonio di Vittorio |
181 |
" |
Morreale Pasquale |
|
45 |
" |
Alba Rosario |
182 |
" |
Moscato Calogero |
|
46 |
" |
Albano Angelo |
183 |
" |
Mossuto Carmelo |
|
47 |
" |
Albano Gerlando |
184 |
" |
Nobile Francesco di Vincenzo |
|
48 |
" |
Alongi Giuseppe |
185 |
" |
Nobile Giuseppe |
|
49 |
" |
Arcadipane Gaetano |
186 |
" |
Nona Calogero di Filippo |
|
50 |
" |
Argento Francesco |
187 |
" |
Paino Giuseppe |
|
51 |
" |
Arnone Giuseppe |
188 |
" |
Palumbo Francesco |
|
52 |
" |
Arnone Rosario |
189 |
" |
Panarelli Luigi |
|
53 |
" |
Arnone Rosario di Gaetano |
190 |
" |
Parello Salvatore di Rosario |
|
54 |
" |
Arrigo Pasquale |
191 |
" |
Parrino Giorgio di Filippo |
|
55 |
" |
Aucello Angelo |
192 |
" |
Passarello Pasquale |
|
56 |
" |
Augello Calogero |
193 |
" |
Patti Antonio |
|
57 |
" |
Avenia Salvatore |
194 |
" |
Patti Calogero |
|
58 |
" |
Bellavia Giovanni di Antonio |
195 |
" |
Patti Ignazio |
|
59 |
" |
Bellavia Michele |
196 |
" |
Patti Ignazio di Giuseppe |
|
60 |
" |
Bello Giuseppe di Michelangelo |
197 |
" |
Patti Pasquale |
|
61 |
" |
Bellomo Giuseppe |
198 |
" |
Percontra Rosario |
|
62 |
" |
Bennardo Carlo |
199 |
" |
Picillo Nicolò di Salvatore |
|
63 |
" |
Bonfiglio Calogero di Calogero |
200 |
" |
Pirrera Angelo |
|
64 |
" |
Bongiorno Giuseppe |
201 |
" |
Pirrera Calogero |
|
65 |
" |
Bonzinetto Camillo |
| |